dicembre 15, 2012

Cucchiai

Lo guardava con attenzione. Appena suo figlio cambiava espressione ecco che quello stesso sguardo, quell'uguale movimento d'occhi si formava all'istante sul suo volto, come se il dolce viso di padre non potesse che vestirsi degli umori del ragazzino, al punto che l'uno fungeva da specchio dell'altro in ogni momento. A lui, e alla sorella ancor più piccola imbragata nel seggiolone accanto, il papà dedicava ogni attenzione in quel ristorante, forse per lasciare alla mamma il tempo di mangiare in pace, forse perché era domenica, l'unico giorno da passare insieme.
Con gesti morbidi sceglieva la pappa da suggerire alle microscopiche labbra della figlia, mentre il figlio, dall'altra parte del tavolo, si sporgeva faticosamente sulla sedia e allungando il braccio si distendeva tutto pur di raggiungere la bocca del padre e poterlo così imitare, imboccandolo lui, questa volta; questi, guardandolo negli occhi, si spingeva a sua volta verso quella minuta mano e apriva la bocca per ingollarne gioiosamente il frutto. Lui, giovanissimo genitore, con rari sorrisi per la moglie intenta a gustarsi il suo pasto senza interruzioni, dirigeva come un consumato capocantiere lo svuotamento di quelle scodelle, e in tre passavano di mano in bocca dall'uno all'altro un boccone dopo l'altro di questo o di quello, come una rete di gru che depositano i propri carichi con lenta perizia nei pozzi assegnati.
In mezzo a quella sala popolata all'inverosimile di umani affamati e di raffinati piatti, vedevo la testa di quel padre avvicinarsi e allontanarsi dal volto della figlia e da quello del figlio, alternando sguardi reciproci ai cucchiai ricolmi che l'uno o l'altra condividevano con lui, ridendo poi con loro per un pezzo di purè o di pollo finito chissà come dalla bocca dell'uno al naso dell'altro. Una danza amorosa col cibo nel mezzo prendeva forma davanti ai miei occhi. Ovvio che non riuscissi più a mangiare nulla, il mondo intero si esibiva due tavoli più in là, l'appetito che mi aveva guidato in quel locale mi appariva ora così solitario e incidentale da sembrarmi irreale. Avrei voluto che al posto del mio piatto vi fosse una di quelle scodelle. Avrei voluto, almeno, che un tempo vi fosse stata. Avrei voluto mangiare metà di un cucchiaio di puré e avrei voluto darne l'altra metà a mio padre.
No. Non avrei mai potuto dimenticare quella famiglia, la voce di quell'uomo gentile che accordava i colori accesi di quella dei figli e loro che da lui prendevano cibo, regalandosi in realtà l'un l'altro molto di più.
Ero travolto.
Aprii di nuovo la mia rivista: mi avrebbe impedito di guardarli ancora, mi avrebbe riportato alle brutture del mio unico quotidiano possibile. Soprattutto, avrei smesso di compiangere l'orfano che ero stato e chissà, forse, dopo, dopo dopo, avrei anche finito il mio pranzo. Mio soltanto.

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