maggio 25, 2013

Ninì del bosco

Ninì del Bosco era alta due pezzi e un terzo, come una bellarosa di primavera, e di quella pure aveva il colorito. Capelli scuri e piccole mani sempre a far qualcosa, un mantello del colore delle noci. Minuta, forte e decisa, e due occhi così profondi che, se li guardavi da vicino, poi mai più avresti potuto dire una bugia.

Il miglior amico di Ninì era Guinci, che si faceva chiamare il Passero, quantunque fosse tuttaltro, uccello sì, ma un volatile unico, sulla spalla di Nini tanto piccolo che il suo becco raggiungeva a stento l'orecchio dell'amica, e non a caso perché sempre le sussurrava tutto quello che gli veniva in mente. Epperò, appena lasciata Ninì, Guinci si levava rapido sopra gli alberi e in pochi istanti il becco adunco e fiero di un falco, le possenti ali piumate e due temibili artigli da aquila ne facevano un potente cavaliere dei venti.

Guinci voleva bene a Nini più che a chiunque altro, forse persino più che a Greis, un giovane falco, nera e veloce come il fulmine, che aveva conquistato il suo cuore con manovre ardite tra le fronde dei pini di monte e poi giù a Lago Verde, dove sfrecciava sul pelo dell'acqua sfidando ogni pericolo. Quando Guinci non più grande di una ghianda cadde dal nido di Querciagrande, Ninì lo notò sotto le foglie umide, lo prese tra le mani calde e lo portò nella sua capanna. Lo aveva nutrito, e nei giorni del ricovero gli aveva raccontato dei fiumi e delle nevi, del sole caldo e degli umani a valle, delle incredibili avventure di Giorber e Calasante che un tempo vivevano là. Allegra e premurosa, lo aveva accudito giorno dopo giorno. Gli aveva mostrato le viste più belle e da lei aveva imparato a parlare con gli Alberi Anziani, testimoni di un tempo così lontano di cui persino loro, talvolta, sembravano perdere memoria. E Guinci le era sempre rimasto accanto anche quando, ammirando le proprie ali, iniziò a comprendere di non discendere né dalle cinciallegre né dalle upupe che abitavano le fronde, semmai da qualcosa a metà tra una poiana e un falco, un genere di rapace che Ninì non aveva mai visto prima. Perché poi potesse mutare le proprie dimensioni in volo beh, questo Guinci non lo avrebbe scoperto per molto, molto tempo ancora.

Ma con gran gioia di Ninì, presto iniziò a volare e neppure tre mesi dopo esser stato raccolto dalla sua salvatrice, Guinci già si librava entusiasta nei cieli del mattino. Si era ripromesso di proteggere Ninì ad ogni costo contro ogni pericolo, sebbene di pericoli proprio non ve ne fosse traccia. Anzi, gli Alberi Anziani, i fiori, le farfalle e le api, e anche il vecchio Huber, il fiume che governava le rapide e i ruscelli, che sembrava farsi addirittura docile alla sola vista di Ninì... Tutti sembravano amarla. Quando cantava sotto le fronde di Faggio Piedimonte o canticchiava soave nel campo o quando beveva dalle acque cristalline, chiunque le era intorno non faceva che godere della sua compagnia, e quel reciproco amore riempiva gli uni e l'altra di tutto ciò che lor serviva. Camin l'orso e persino i Conigli Rossi del nord, attaccabrighe prepotenti che mal sopportavano le belle giornate di sole, temevano l'affetto che il bosco intero nutriva per Ninì, e si limitavano così a borbottare malcontento quando la piccola passava dalle loro parti, o si allontanavano per non doverla incontrare. Così forte era il sole negli occhi di Ninì che la Grotta Nera, solitamente prodiga di presagi e maledizioni con la sua voce grave, neppure osava proferire parola ogni volta che le scarpe grosse di Ninì la portavano dalle sue parti. Si limitava a guardarla, fingendo di dormire un sonno senza fine.
Fino a quel giorno, insomma, il bosco splendeva quanto l'umore di quasi tutti i suoi abitanti mentre Guinci e Greis vi intrecciavano sopra parabole e giravolte, come per dire che "sì, qui siam proprio felici". Quel che Guinci non sapeva, quel giorno di maggio, è che quelle terre verdi e fertili, incastonate tra due montagne ricoperte di bianco e di argento, erano in pericolo e che presto, molto presto, tutto sarebbe cambiato.

Ai tempi in cui Ninì era ancora una bimba e veniva istruita dal vecchio Giorber tra i monti, un uomo molto ricco giù nella valle, Gerusidius Malcordeno, aveva scoperto un vero tesoro, una vena d'argento che si perdeva nelle viscere della terra. La speranza della ricchezza aveva attirato tanti da ogni dove, e in pochi anni il villaggio era diventato una città. Orde di uomini avevano accettato i contratti di Malcordeno, e per suo conto scavavano in profondità, mescolando alla terra e all'acqua sostanze di ogni genere, tutto ciò che fosse necessario per portare in superficie l'agognato metallo.

Un giorno la città si fermò. Si era sparsa la voce che Gerusidius fosse malato, qualcuno addirittura ipotizzava che stesse per spirare. Si diceva che un medico illustre fosse arrivato giorni addietro in tutta fretta nella magione della famiglia Malcordeno, accolto dai due figli, Honàta e Trebéste, generati da Frilonda, la moglie di Gerosidius scomparsa anni prima. Al paese quel giorno qualcuno affermò che il vecchio padrone fosse ormai in agonia. In molti si chiedevano cosa sarebbe accaduto alla miniera e anziché lavorare si riunirono spontaneamente in gruppi, affollando ogni locale e ogni angolo della piazza. La tensione e l'incertezza rabbuiavano tutti. Eccitato e impaziente, invece, era Trebéste. Più che di perdere un genitore autoritario con cui non era mai andato d'accordo, infatti, non vedeva l'ora di ereditare l'impresa dell'argento e si beava dei suoi sogni di ricchezza, sforzandosi soltanto di apparire contrito per la malattia del babbo. Più duro di Gerusidius, Trebéste coltivava l'illusione di una ricchezza smodata, e ora i suoi progetti si facevano più concreti. Honàta, invece, china sul padre giorno e notte, non voleva credere a quanto stava avvenendo e si perdeva nelle lacrime. Le malelingue già profetizzavano che alla morte del genitore anche lei avrebbe perso il senno, proprio come la madre fece anni prima, quando, rimasta senza genitori, fu ritrovata senza vita ai margini del fiume.
E fu così che, due giorni dopo, un lungo corteo con in testa i due figli di Gerosidius fece il giro della città, scortando un feretro ricoperto d'argento e di fiori. Al cimitero si ricorda una breve messa e il cordoglio di tutti, e la sola Honàta piegata sulla tomba appena richiusa. Lì rimase per due giorni interi, fin quando una anziana governante la convinse a tornare a casa.

A dispetto dei timori degli uomini, gli scavi continuarono. Per volere di Trebéste, infatti, ogni cosa rimase com'era, e i minatori proseguirono nell'estrazione. Ci vollero mesi, ma alfine la ricerca incessante di nuovi filoni minerari finì per portare le macchine e gli operai tra le montagne. Fu quel giorno che Ninì udì per la prima volta la voce degli umani e Guinci presto le confermò che sì, gli uomini si erano accampati vicino a Faggio Piedimonte, e avevano iniziato a scavare.
"Cercano l'argento" - la informò l'affettuoso rapace.
"Ma così uccideranno Faggio" - rispose Ninì.
"E non solo. Ho visto macchine imponenti triturare in pochi minuti l'intero Rovo delle Rose e un attimo dopo aggredire la Macchia".
"No!" - Ninì non poteva credere a quanto sentiva.
"Ogni ora, Ninì, nuovi uomini salgono qui, baracche vengono costruite, e con possenti trasporti giungono nuovi strumenti che fanno un gran baccano e-" Guinci si interruppe all'improvviso. Un boato aveva scosso il terreno e tutti gli uccelli avevano in un istante lasciato i rami per cercare rifugio tra i venti. Ninì rimase impietrita. Guinci si levò subito e dopo pochi minuti tornò da lei. Scuro in volto, con gli occhi ricolmi di lacrime, spiegò a Ninì l'origine di quel suono. Un intero pezzo della Grande Montagna, che riposava in quei luoghi dalla notte dei tempi, era stato fatto saltare con una mina, e sulle sue spoglie ora si agitavano i cingoli pesanti di scavatrici a motore. Il peggiore degli incubi si stava concretizzando.
"La distruzione", fu tutto quello che Ninì riuscì a dire.

Quella notte la piccola Ninì fece il suo incubo più brutto, il bosco devastato, Lago Verde inquinato dalla chimica fatale degli uomini, gli uccelli in fuga... Si commosse persino a sognare il cadavere del burbero Camin vicino al fucile di un cacciatore. Si svegliò alla prima luce. "Non può finire così" - disse tra sé e sé. Quella mattina parlò con tutti, con gli Alberi Anziani, persino tentò vanamente di svegliare la Grotta Nera, che tutto voleva meno che aiutarla. Ma nessuno, neppure Querciagrande, il più saggio di tutti, aveva un rimedio da proporre. Le parve anzi che la rassegnazione avesse già oscurato i cuori dei suoi amici, solo Guinci si dimostrava bellicoso, pronto a tutto per salvare il loro mondo. Quel giorno, però, con gran sorpresa del bosco intero, le macchine tacquero e gli uomini lasciarono le baracche. Per qualche ora Ninì sperò che tutto fosse finito. "Forse non han trovato l'argento", andava ripetendosi.

A valle, intanto, le profezie più malevoli sembravano essersi compiute. Honàta, sconvolta dalla morte del padre, era sparita. Trebéste, conscio di dover dimostrare una qualche preoccupazione, decise che per un giorno tutti l'avrebbero cercata. E così i suoi uomini setacciavano le foreste, rivoltavano ogni angolo della valle. Ma a sera ancora non si aveva notizia della giovane.
Più su, tra le montagne, proprio al tramonto, mentre raccontava le sue speranze a Querciagrande, Ninì sentì non lontano il lamento di una donna. Cauta e preoccupata si avvicinò. Sulle rive di Lago Verde una ragazza era piegata su se stessa, e singhiozzante specchiava il suo volto sulle acque. Non sembrava un minatore o un operaio, non c'erano scavatrici nei dintorni, né fucili. Così Ninì si avvicinò guardinga, arrestandosi solo a pochi metri dalla donna. Questa se ne accorse e la guardò. Gli occhi della ragazza erano gonfi di pianto, il suo sguardo infinitamente triste, le sue mani chiuse ora si aprivano lasciando cadere a terra la ghiaia della riva.

"Chi sei?" - chiese la sconosciuta.
"Io abito qui" - rispose Ninì.
"Qui? Ma qui non c'è nessuno" - ribatté l'altra.
"Io ci sono" - disse Ninì sorridendo.
"Vattene, ti prego" - pregò quella.
"Perché sei triste?" - chiese Ninì.
"Mio padre è morto, e ora io son sola. Mi rimane un fratello, troppo preso dagli affari per accorgersi di me".
"Oh. Mi dispiace che sia morto. Ma non sei sola, non più. Puoi restare qui!" - Ninì parlò ancor prima di pensare. Non conosceva quella donna, non sapeva nulla di lei, eppure già le stava offrendo il suo aiuto.
"Sei molto gentile. Ma non so nemmeno come ti chiami. Io Honàta" - rispose la ragazza.
"Sono Ninì. Non ho molto da offrire, ma un riparo nel bosco c'è, e poi ci sono i miei amici".
"Piccoli come te?" - chiese Honàta, ora incuriosita.
"Oh no, non come me. C'è Guinci il Passero, Querciagrande, Faggio Piedimonte, c'è Greis e tanti altri. Abitiamo qui insieme da tanto tempo. Ma è la prima volta che vedo una come te".
"Una donna?" - Honàta aveva dimenticato per un attimo la sua tristezza. Si era resa conto di aver davanti una creatura speciale, e ora le stava dando tutta la sua attenzione.
"Una umana, Honàta. Vivo qui da sempre, sapevo solo della vostra esistenza. Qualche giorno fa ho sentito una voce e ho visto molti uomini salire dalla valle".
"Ah sì, i minatori" - disse Honàta pensando al fratello e all'ambizioso progetto di ingrandire la miniera. "Son qui per scavare" - proseguì - "Ci hai parlato?"
"Oh no!" - rispose Ninì - "Non mi sono avvicinata. Hanno spazzato via alcuni miei amici con quelle loro macchine e addirittura han distrutto un pezzo della Grande Montagna. Li conosci? Devo aver paura anche di te?"
Più parlava con quella curiosissima abitante del bosco, più Honàta ritrovava fiducia in se stessa. Che il destino l'avesse messa su un nuovo percorso dopo una perdita così grande? Alla cupezza ora si sostituiva la sorpresa e, in qualche modo, il desiderio di aiutare la sua nuova piccola amica. "Oh no, non devi proprio" - spiegò Honàta - "Anzi. Non ho mai approvato l'idea di venire quissù a bucare la montagna. Da quello che mi dici, poi, questa espansione provoca grandi danni".
"Stiamo ancora piangendo per quello che è successo. Qui han tutti paura. Oggi però le macchine son ferme no? E gli uomini son tornati a valle. Se ne sono andati vero?" - chiese Ninì.
"Temo di no, mia piccola amica" - rispose l'umana - "Torneranno. Hai detto che non c'è nessuno al lavoro? Probabilmente stanno cercando me".
"Te?"
"Vedi Ninì, la mia famiglia gestisce la miniera d'argento. E' mio fratello Trebéste che ha deciso di spedire quassù i suoi operai".
"Allora è colpa tua?"
"No. No, ascoltami. Non posso far niente. E' lui che ha ereditato l'azienda. Lui decide. E se gli dicessi di smettere, farebbe l'esatto contrario. Per lui contano solo i profitti, quello che può guadagnare con l'argento. Io son venuta qui perché volevo star da sola".
"Io devo fermarlo. A tutti i costi".
"Così, pensava Honàta, un incontro speciale e inatteso con una creatura particolare di cui nessuno conosceva l'esistenza si sta trasformando in tutt'altro. C'è un mondo intero che rischia di scomparire se Trebéste non cambia idea". "No - disse a Ninì - Io non so se ce la farò, ma non lascerò che questi lavori vadano avanti. Ninì, farò di tutto per convincere mio fratello".

Trebéste, dal canto suo, era ormai da ore in riunione con il sindaco e il capo della polizia cercando in ogni modo di render chiara la sua preoccupazione. In realtà era certo che la sorella fosse ormai accanto a un fiume, riversa su di un lato e senza respiro, morta di crepacuore come la madre. E la sua impazienza non era dovuta al fallimento delle ricerche quanto al fatto che la miniera fosse rimasta ferma per ore. "I profitti diminuiranno", pensava fingendo di ascoltare le rassicurazioni del sindaco. Il giorno dopo però, pur senza novità, spedì al lavoro i minatori, e le macchine, anche sulla montagna, tornarono a ruggire.
E' facile immaginare quanto grande debba esser stata la sorpresa del giovane imprenditore quando, a mezzodì, la sorella si presentò nei suoi uffici, sorridente, persino allegra. Lei gli si sedette di fronte. "Devi ascoltarmi", gli disse. E nella mezz'ora successiva gli parlò di Ninì, delle meraviglie che le aveva mostrato, del mondo in cui Guinci diventava un'aquila e degli alberi che parlavano. Gli spiegò cosa le macchine stessero facendo e lo implorò di lasciar perdere ogni cosa. Il fratello, però, si dimostrò irremovibile.
"Honàta - le disse - a parte questo luogo fatato di cui mi hai parlato, chiaramente frutto del tuo dolore per la morte di nostro padre, ti rendi conto o no che lassù abbiamo trovato una vena d'argento che al confronto questa a valle impallidisce? Sai che vuol dire? Che i profitti saliranno infinitamente. La discussione è chiusa. I lavori vanno avanti".
"Io farò di tutto per impedirlo. Puoi star sicuro, Trebéste. Non ti lascerò distruggere un paradiso come quello" - intimò Honàta.
"Tu non farai niente, mia cara" - rispose mellifluo il fratello, spaventando la ragazza. In quella mezz'ora in cui l'aveva ascoltata, Trebéste aveva ben presto capito dove la sorella andava a parare. E aveva già studiato un piano. Ma anche Honàta aveva colto le intenzioni del fratello e fuggì con quanto fiato aveva prima che questi potesse far nulla. Un'ora dopo già stava scalando il lungo e tortuoso sentiero per i monti.

Ninì era molto preoccupata. Honàta non aveva dato notizie di sé e Guinci sembrava sparito. Inoltre la conferma del disastro incombente fu immediata. Di primo mattino un nuovo boato accolse il risveglio del bosco. Più uomini che mai erano al lavoro e l'odore dei motori di quelle grandi scavatrici arrivava nel fitto degli alberi.
"Allora esisti sul serio?"
Ninì si voltò di scatto. A pochi metri da lei un uomo alto, con in mano un fucile, la guardava sogghignando. "Ma che cosa sei?", le chiese. Ninì era stata colta di sorpresa e ora aveva paura, non riusciva a muovere un muscolo, né a chiamare aiuto. Si sentiva stringere la gola, nemmeno Guinci l'avrebbe potuta sentire. "E allora?" - insistette quello - "Non puoi parlare?".
Con uno sforzo ineffabile Ninì riuscì a deglutire. "Sono Ninì", disse semplicemente.
"E io sono Trebéste. Sei una strana creatura" - disse l'uomo - "Ma almeno puoi parlare. Ora vieni con me, che ti mostro agli altri".
Il terrore che prima aveva paralizzato Ninì ora invece le esplose nel petto. In un attimo calcolò la distanza tra l'uomo e la Macchia e vi si infilò troppo rapidamente perché questo potesse seguirla. Oltre gli arbusti corse a più non posso, fino a sentirsi sicura. Poi si fermò e richiamò Guinci, ma non vi fu risposta. Ninì si sedette sull'erba e si prese la testa tra le mani. Pensava agli anni passati in quel luogo magnifico, all'eredità che Giorber e Calasante le avevano lasciato prima di tornare nelle terre dei loro padri, alle lunghe chiacchierate con Querciagrande e ai misteri della sua sapienza millenaria, ai pomeriggi spesi salendo sulla Grande Montagna per toccare le nuvole. Pensò a quando aveva trovato Guinci tra le foglie, allo stupore la prima volta che si era trasformato e alla gioia di avere tutti quegli amici. Ora sentiva che tutto il suo mondo se ne stava andando. Pianse, Ninì, come mai aveva fatto prima. Pianse fino ad addormentarsi.

Il sonno fu breve e il risveglio atroce. Ninì si destò alle voci concitate di uomini, molti uomini, che stavano addentrandosi nel bosco con un gran baccano. "Dev'essere qui per forza".
La voce di quel Trebéste tuonava ordini a quei cacciatori. Il fratello di Honàta. Era lui che stava distruggendo tutto. E ora la stava cercando. La sensazione di pericolo la scuoteva come nulla prima di allora. Si addentrò ancora tra i suoi amici e scalò uno degli Anziani, rifugiandosi tra i rami alti e le foglie che, fitte, le davano protezione. Sotto di lei, poco dopo, da ogni parte, vide uomini con i fucili che si facevano largo, presto avrebbero raggiunto la sua casa. "Guardate ovunque". Vide lo stesso Trebéste passare a pochi metri dal suo albero. Avrebbe voluto saltargli addosso ma la paura la bloccava.
"Fermatevi!". Come in un sogno, Ninì vide Honàta uscire dagli alberi e affrontare il fratello mentre sopra di lei volteggiavano minacciosi Guinci e Greis, ecco dov'erano finiti! Rincuorata da quella apparizione Ninì iniziò a scendere dall'albero. "Eccola!" disse qualcuno. Trebéste si voltò di scatto e vide la piccola figura a pochi metri di distanza. Imbracciare il fucile e sparare fu questione di un attimo. Bang! E Ninì cadde dall'albero, riversa sull'erba sottostante.

"No!". Il grido acuto di Honàta paralizzò gli uomini che si stavano radunando attorno a quella creatura. Trebéste pure si fermò. "Cos'hai fatto?", gli urlò la sorella, che già reggeva la testa della sua nuova amica. Ma Ninì, con i suoi magnifici occhi spalancati, ora freddi come mai, non dava segni di vita. Un attimo dopo Honàta si girò. Il fratello stava imprecando e sgomento urlava di dolore mentre Guinci, gettatosi a capofitto con tutta la velocità che le sue possenti ali gli consentivano, ora aggrediva l'uomo senza pietà, torturandogli il volto e le mani con i suoi artigli.
"Levatemelo! Levatemelo!" gridò Trebéste sanguinante mentre tentava inutilmente di sottrarsi all'attacco del volatile inferocito.
"Fermi!" intimò Honàta. "Anche tu Guinci, fermati ti prego!"

Nessun altro avrebbe potuto impedire a Guinci di compiere la sua vendetta. Quello sparo, Ninì che cadeva dall'albero, la consapevolezza di quello che era accaduto, la sua reazione, tutto si era condensato in un secondo soltanto. Eppure la voce di Honàta, quella voce amica, supplichevole e disperata, sciolse la sua violenza in un istante. Cessò l'attacco e, di nuovo minuto come un passero, si posò rapidamente sulla spalla di Honàta. Seguì il silenzio di tutti i presenti mentre Honàta, china su Ninì ormai esangue, cercava di trattenere le lacrime. "Non devo piangere, pensava, se voglio fermare questi uomini, salvare quel che rimane".
"E' morta. E' morta", annunciò. Si girò poi verso il fratello. Trebéste aveva uno sguardo che non gli aveva mai visto. Non sembrava neppure interessarsi al sangue che gli colava dalla testa e dalle mani né alle profonde ferite inferte da Guinci. Ristette senza muoversi, a bocca aperta. Aveva visto più di quanto avrebbe mai sognato di vedere. Una creatura dei boschi, un rapace capace di trasformarsi in un ucello grande quanto un canarino. Aveva avuto la prova del racconto di Honàta, e l'aveva avuta nel modo peggiore. Lui, lui aveva deliberatamente deciso di non crederle, neppure quando qualche ora prima aveva incontrato Ninì. E ora l'aveva uccisa. Aveva sparato all'unico essere che avrebbe potuto mostrare anche a lui tutte le meraviglie di quel luogo incantato. Honàta non riuscì a dire nulla mentre il fratello si piegava su se stesso. Ora a terra, vicino al corpo di quella straordinaria Ninì, Trebéste si portava le mani al viso.

"Che cosa ho fatto?", sussurrò appena mentre la voce moriva in un singhiozzo, e poi un altro, e un altro ancora. Honàta non poteva credere che suo fratello stesse piangendo, non lo aveva mai visto piangere, neppure dopo i suoi scontri con il padre. Trebéste sembrava un altro. Non poteva cancellare quanto era accaduto, e tutto per il profitto, "eppure, pensò Honàta, Ninì ha trasformato mio fratello in un uomo, e lo ha fatto sacrificando se stessa".

"Ecco, ha aperto gli occhi! Venite". La voce di Guinci era così acuta e felice che capirono appena cosa aveva detto. "Venite! Forza!"
Trebéste e Honàta si precipitarono al letto di Ninì. E lì, quella piccola creatura, ferita dagli uomini, dopo tre giorni senza dare segni di recupero, ecco, ora aveva riaperto gli occhi splendenti.
"No! No!", urlò Ninì vedendo così vicino Trebéste, ricordando appena quello che era accaduto ma ben sapendo invece quali fossero state le intenzioni di quell'uomo.
"No Ninì, non ti preoccupare" - la rassicurò affettuosa Honàta - "Questo non è lo stesso mio fratello che hai conosciuto". Ninì non capiva. "Siamo così felici che ti sia ripresa, Ninì, pensavamo che fossi morta. Ma Querciagrande mi ha parlato, sai?, e mi ha spiegato che tu, Ninì, non puoi morire. Non finché questo bosco vive".
"Ed io Ninì, piccola Ninì" - disse Trebéste con una voce dolce, così nuova per lui - "Ora ho capito. Sono distrutto per quello che ho fatto. Ma sappi che proteggerò questo bosco, questi luoghi, con tutte le mie forze".
Ninì ascoltava quelle parole e, sebbene ancora debole, la felicità che ne scaturiva lentamente le restituiva le forze. "Trebeste" - disse debolmente - "avvicinati, e guardami negli occhi. E ripetimi quello che hai appena detto". L'uomo si chinò su quella piccola figura, ne osservò gli occhi profondi, sapeva che mai più avrebbe mentito, sentiva anche di non volerlo fare, ed era grato a Ninì per essere sopravvissuta alla sua follia predatrice e avergli regalato una seconda possibilità. Lentamente le ripetè quelle parole. Poi pianse, mentre Ninì gli prendeva la mano e, per la prima volta, gli regalava un sorriso.
"Ehi Guinci!" - disse poi girandosi verso il suo amico più caro, che mai aveva lasciato il suo capezzale in tutti quei giorni - "Non è che Querciagrande, tanto loquace da salvarmi, ti ha voluto dire qualcosa anche di te? Ti ha parlato delle tue origini?".
"Amica mia, sai com'è fatto quello là" - rispose Guinci - "Io gliel'ho chiesto. Lui ha smosso le fronde, ha scosso giù un po' di formiche che gli solleticavano la corteccia e poi mi ha detto: Questa, caro mio, è un'altra storia".

2 commenti:

  1. Bellissima bellissima! Mi sono sentita là....

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  2. Grazie eheh, contento ti sia piaciuta!

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