gennaio 23, 2017

Viola

Si è chiusa a tripla mandata dietro un spesso ruggine, spara spigoli dalla fessura, arpiona i grassi vaganti e ogn'altro trascura.
Da sola, là dentro, incolla radici di stoffa ad un albero di cartone.

dicembre 21, 2016

A San Donato

Là fuori è fredda luce a banchi di grigio ma quassù è strisce chiare di serranda semichiusa.
Le mie dita la seguono dalle tue cosce al tuo sorriso: buongiorno amore mio, son'io, sei tu.

Laggiù i motori annunciano l'alba con un crescendo d'urgenza.
Ma quassù sfuma e poi rallenta.
Qui un tuo sbadiglio espira un bacio mentre le tue braccia spariscono tra le mie. Oh sì amore mio.



dicembre 14, 2016

Dal finestrino del 14bis

Da mani deformi lascia cadere dei biscotti sotto un platano. Celata da piume fitte di polimeri grigi, una vecchia li calpesta senza fretta. Poi riprende il marciapiede sfumando nella nebbia. Passa un cane, passa un uomo e poi un altro, una serranda s'alza al piano terra. Ma non un segno dagli uccelli da foraggiare, non un'ala, non un canto dagli alberi zuppi e senza foglie.

Un istante dopo, invece, sotto al platano un ratto pasteggia felice.

L'aria sa di idrocaburo, l'autobus sussulta e riparte, qualcuno espira un "finalmente" mentre un topo svanisce nella nebbia.

dicembre 13, 2016

Tre milioni di abitanti

La metropoli è piena di fessure, è fatta di fessure. I suoi abitanti ci infilano gettoni.
Li girano con le dita nelle loro tasche, li senti tintinnare mentre camminano. E appena si fermano, tzà, ecco che infilano un gettone in una fessura. Ce n'è sempre una a portata di braccio.

settembre 26, 2016

Non fa che bussare

China la testa di lato, come un cane che studia. Ma io so che qualcuno là dentro non fa che bussare. "Ancora, ancora tutta la notte" dice la vecchia. Lo sguardo stanco m'inquadra un istante ma le scivola poi sulla destra, sicché lo segue in ciabatte con il capo tra le mani, tagliando di sbieco con passi sbandati la stradina sterrata di fronte alla casa. "La porto dal medico?" mi giro verso di lei con quasi una supplica, ché Mariella è sola, si sposta a fatica, sol'io so del suo malditesta, di quello che da dentro non fa che bussare.

Lei crede sia il marito morto a chiamarla dassù, senza sosta la vuole "or come pria" e per quello bussa. Crudele davvero sarebbe l'Alfredo a torturarla così d'ogni giorno ogni ora. Alché le ricordo: un dottore, un qualcuno, si potrà pure far qualcosa; m'esce persino la voce rotta, quella della speranza più fragile, a cui ci s'aggrappa con una smorfia quand'altra non c'è.

Lei sorride quasi, poi lenta mi misura, come vedesse un bimbo scoprire il mondo. Si fa piccola piccola dentro il vestito che fu blu, di quelli mezzo camice con le spalle scoperte, affollati di fiorellini gialli e petali rossi. Mi osserva per un istante, abbozza persino un sorriso, come d'una serenità ritrovata, poi scende le mani ai fianchi "No no oggi no".

Si spinge ad un breve passo per tornare a casa, poi allarga un gomito verso di me e fa un cenno con la testa, alché le regalo veloce una mano e lei vi s'appoggia: prima un piede poi l'altro. Tornata all'uscio stringe con forza le mie dita e poi quasi le carezza, or s'è ripresa almeno d'un po' e mi ringrazia così, con la poca pelle dei suoi ossucci a stringere i miei. "Se ha bisogno mi chiami, oggi sto a casa", le dico mentre m'accerto che stia meglio davvero.

Poco dopo sta là, seduta sulla soglia, a salutare questo e quello, con un gesto per ciascuno. Ma ecco che poi china la testa di lato, come un cane che studia: Alfredo è tornato e la vuole con sé. Se solo trovasse un altro sistema per dirle "mia cara, vieni da me".

agosto 26, 2016

Il portone della vecchia

Se ne sta andando anche Lenna. Ieri a mezzodì passo davanti a casa sua, le faccio un cenno di saluto e lei, seduta sulla sedia accanto al portone d'ingresso, mi chiama a sé: "mi aiuti".
Lenna vecchina gentile non ha più voce da quasi un anno, quella parola l'ha strozzata fuori con fatica grande ma l'ha ugualmente consegnata con un sorriso. M'avvicino in un balzo, chinandomi lesto acché l'orecchio mio e la bocca sua siano ad una spanna e nulla più.

"Mi alzi?", dice così, sondandomi con i piccoli occhi verdi che galleggiano in due sclere biancorosse, piegandosi intanto verso di me. Là noto la spesa in una busta, e capisco: di ritorno dal mercato era giunta qui per miracolo, sfandosi infine sulla sedia di plastica. Ora m'avea visto salvatore, ma chissà per quanto col sole addosso avea atteso braccia amiche a trarla in piedi.

Orquindi mi piego a mia volta, le prendo la mano che mi porge e con l'altra mia rinsaldo il braccio suo, sollevando così quel corpicino fragile, avvolto in troppi abiti per un giorno tanto caldo. "Mannaggia la vecchiaia" mi sussurra espirando mentre, or ch'è in piedi, controllo per qualche istante c'abbia riguadagnato l'equilibrio; quasi una imprecazione tremante la frase sua, un pudìco scusarsi in realtà.

Infilata la chiave nell'antico portone mi ringrazia con un sorriso faticato, mi fa cenno che per la spesa aiuto non vuole: "grazie grazie". Mentre m'allontano d'un passo o due, la spio non visto: esita un po', poi spinge quel legno macilento, allunga una mano, afferra la busta e lenta lenta se la trascina dentro. Un altro minuto ancora e'l portone si richiude, tagliato a tre quarti dal sole.

Ogni mio giorno qui a Grotte ho visto Lenna accanto al suo portone, ma solo adesso m'accorgo quanto quello sia diventato grigio e tarlato, frantumato per un pezzo, pericolante per un altro. Quel portone sta avvisando quelli che passano di qui: anche Lenna se ne sta andando.

luglio 20, 2016

Il duello dell'orrido fessurro

Tra la mano destra scheletrata, cà tenìassù la lunga falce, e la spalla sinistra, cà teniassù un cencio polveroso come di coperta strausata, immoti stavan due buchi poggiati su di un fessurro di pietra bianca che, a guardarlo d'angolo, potea sembrar che la lapide fosse d'una faccia e la faccia stea scolpita un sorriso. E di lì dentro, tra labbri di marmo, una voce annunziò: "sono la Morte".

"E la Peppa!" esplos'io così, all'impronta, e tutti quanti d'intorno silenti m'annuirono, guardando imperò mica me, loraltri impalati, ma quella, e all'insieme balzonno all'indietro, scoprendomi cos'io, solsoletto, dinanzi all'orrido fessurro.

"Nun sei umpò nana p'esse la Morte?" celiai veloce con ironia spessa. Si dice infatti che la Peppa sarìa di pronta risata e che più grasso foss'ello ridere tanto più alla falciata scampar sarea possibile. Lo chiesi così, consù il sorriso di chi tiene l'ovvio per sé come l'ovvio per tutti, ma con davanti tanta sfida - la Morte persino - che quell'ovvio dentro mi scricchiolava, sicché le parole m'uscirono colorate fasulle pur s'adeguate: vero che il filo lucente della mezzaluna assai piùnsù andava del suo capo, tanto ch'el lungo manico nodoso tra le sue dita d'osso, per quello e per l'età, parìa d'appoggio ben pria che di minaccia.

Alch'ella mi squadrò tutto quant'ero con l'occhi suoi, celati nei buchi neri, poi sporgeqquette dalla vesta la carne piccicata d'un suo piede morto, e infine disse: "Che me stai a cojonà? Eh salsicciotto mio bello?" con un dito accompagnandosi da lei verso di me fin quasi a puntarmelo sul naso. "Il tempo tuo s'è fatto, grasso giovìne, dì l'ultima cosa alla lama mia" e menò un fendente spostandosi tutta da un lato, affidando alle due mani lo strumento. Ma la vecchiezza e il gesto antico, prevedibile, diedommi l'opportunità di rotare d'ambidestro testa culo e tutto il resto, sicché la lama vidi sgusciarmi vicino e lontanarsi di nuovo senza preda sul suo filo.

La guardai n'istante, sorpreso e perplemuto ma gonfio anche e di speranza mentre l'omini di prima, che m'avean bandonato solsoletto al cospetto di Colei, or m'applaudinno a distanza, sollevati non perch'io avìa schivato ma perché s'era mostrata lenta e superabile l'ossuta arcinemica: "se salvarsi puote un tal ciccio" - pensonno in tanti - "alor'io che son presto e levigato c'ho più tempo assicurato".

Ella si scompose, si girò ad osservarmi e accadde l'inaudito, ché una lacrima intera vidi sortire dal buco suo di sinistra, poi un'altra e un'altra ancora finché nuove gocce uscirno anco da quello di destra. E le lacrime prima si fecero rivolo, poi torrente e infine fiume: del pianto dirotto proprio non si vidìa la fine, tanto ch'io fui colto da compassione, ché nulla smuove l'animo mio più d'una vecchia che singhiozza, seppur con volto d'osso e di fessurri e di lapide bianchiccia. Sicché d'un passo m'appropinquetti ed intervenni: "Signormia che le prende, tant'anime avrà da cogliere in quest'epoca di pazzi. Suvvia non disperi, col prossimo l'andrà bene, anzi prevedo che l'andrà come sempre andette". Ella si girò inconsolabile, come a coprirsi la vergogna del pianto, "non puoi capire, tu cicciuto giovine". Blaterando, lamentosa e pudìca mi voltò le spalle sicché quasi in un abbraccio pensai di prenderle, così da confortarla tapina come m'apparve.

Tant'era io involto nel suo soffrire così plateale e magistrale, che non m'avvidi ch'ella s'era girata non per pudore né per lasciarmi, no, l'avea fatto per celarmi i suoi piani e poi rotare su se stessa con la forza sua tutta e in velocità puntarmi un'ultima volta la fatale mezzaluna. Sicché m'avvidi di quel taglio lucente giunger da lei a me ma non fui più capace d'evitallo ed ella m'affondò strepitando: "t'ho fregato".

Così andette il duello dell'orrido fessurro e l'ultimo respiro mio, ma tu che leggi ricorda il trucco, colle lacrime della Peppa non t'infangare, quello scheletro non ti muova a pietà, anzi il cervello tieni contrito e il corpo lesto: la Morte s'è invecchiata, che tutti sappiano, e ricordino il ciccione che lo scoprì.