settembre 28, 2018

Nemmeno buio vedere

Svegliare allungare mano sotto lenzuolo non trovare pisello angoscia di luigi quel giorno accadde uno spazio vuoto di carne integra senza frastagli né fessure non essere più ed essere incubo di mani cervello cuore e gambe senza potere mediano senza uscita sfiorarsi senza successo da ora uomo-senza piangere torre che fu confusa meringa che fu lumaca bavosa che fu gioia di caterina che fu e scodinzola in mostra che fu bambino
aprire occhi non vedere che tutto meno quello che per luigi è come non vedere nemmeno buio risucchiato in terrore di pelle liscia senza carattere fino a destarsi da un incubo infine e trovarsi quella identità tra mani impaurite e poi infinite risate endorfine e fiumi a seguire per controprova.

maggio 01, 2018

Le cose che sono

Famario vecchio qui a Grezze avea una moglie e due figli grandi, e una casa con un garage piccino e un ettaro nei pressi, a Magunzano, dove teneva l'orto, gli olivi e le frutte, e v'andava a guernare polli, piccioni, quaglie, conigli, maiali e'l suo canetto anziano, bello e sdentato.
Le sue serate erano tre sedie in strada di qua e di là del passo, e chiacchiere coi vicini o con chi colà capitasse. E quel giorno non si fece tutti che parlare di carciofi, ché a Grezze di piantine non se ne vedeva l'ombra e l'unica a venderne qualche decina era la fioraia, la quale però le metteva un tantroppo l'una, prezzi così alti che molte sopracciglia vi si erano aggrottate.

Luigino disse che l'aveva viste anche su al vivaio ferentino, ma Dorando c"era passato poi e quelle poche, confermò quella sera, erano andate. Per Gincino non c'era storia: quell'anno di carciofi non se ne sarebbero visti e Manuele, zitto sempre, annuì gravemente. Fu con la penuria di carciofi in testa che Famario tentò di dormire quella notte, sognando ricordi di carciofi capati cucinati e serviti dalla moglie, destandosi poi al mattino nell'idea che alla fioraia avrebbe pagato per quell'anno soltanto, a condizione che le sue famose piantine fossero davvero belle e fresche.
Ma come scese coi soldi in mano e aprì il portonetto, si trovò sull'uscio un'intera dozzina di vasetti con dentro foglie piccole, piante di carciofo senza dubbio. E che bel colore avevano. Le prese su a esaminarle, e intanto a vedere se d'intorno vi fosse chi l'aveva lasciate, perché a chi si dovesse tanta grazia proprio non avrebbe saputo dire.

Famario passò la mattina al campo, a zappare e sistemare, due piantine le piazzò all'orto e le altre più giù, dove teneva la vigna, che c'era una fila di terra già pronta, e sul viso avea il sorriso incerto di chi gode d'un regalo imprevisto che non sa come ricambiare. E ne parlò col confinante, l'Angelino, che lo guardò zappare con un pizzico d'invidia per i bei carciofi che ne sarebbero venuti, e ne parlò con l'Armando, che andava col trattorino a far l'ultima legna, e coll'Antonio, che l'ascoltava cesoia in mano abbarbicato su una scala poggiata ad un ulivo. Tante ipotesi si fecero sull'autore del gesto e giunta la sera, seduto sulla sedia in strada, Famario ancora chiedeva a tutti; c'era chi indicava Leopoldo, che negò assolutamente, chi sospettava il Brune, che però disse no e che anzi quell'anno non teneva piantine né per sé né per altri.

Il mistero fu la chiacchiera della sera finquando tutti pianpiano si ritirarono, che la campagna stanca e l'indomani era già l'oggi. Famario anche si coricò, con la moglie tra le braccia e in testa enormi portate di carciofi fumanti, e chiuse gli occhi proprio mentre una luna tarda s'infilava bianca tra i listelli delle persiane.
E che bel sonno fu.

febbraio 21, 2018

Co sta pioggia e co sto vento

Nella nebbiua e nel geluo, sulla bianca bruina
saltellano merlui menefreghisti,
coppiette di luielei che sul fredduo e sulle aiuole
allegri d'inverno scagazzuano.

gennaio 14, 2018

Ayako

Le bolle si gonfiavano sotto il sedere, le risalivano lungo il fianco destro e si riversavano sulla tettina con rapide esplosioni, rompendo per pochi istanti, ritmicamente, la coperta di sapone bianco che galleggiava sull'acqua della vasca, e diffondevano poi l'aroma fasullo del detergente. Che importa se non capivo una virgola di quanto stesse dicendo rapito com'ero dagli ideogrammi che diffondeva attorno a sé in una sorta di canto continuo. Sapevo però che le bolle le piacevano, sapevo soprattutto che l'acqua calda, quei vapori, il bagno grande con in più i miei occhi che la sezionavano erano gli ingredienti per trasformare i suoi sedici anni in un nigiri di pesce, da divorare in un'orgia di soia e bacchette: di lì a poco, il tempo di togliersi di dosso gli odori del trasporto urbano che l'aveva condotta da me, ci saremmo avvinghiati l'uno all'altra.

M'ero avvicinato per afferrare le farfalle che le svolazzavano sul volto nella speranza di affondare poi nei suoi occhi almeno fino al petto e col resto nel resto di lei, in quella grande vasca, alcova umida di una toilette che avremmo avuto per noi fino al giorno dopo, il miglior affitto che avessi mai ottenuto nella sua città, l'unico modo per farle capire senza bisogno di parlare quali fossero le mie intenzioni. In più era una strategia vincente per confondere le idee ai genitori, ignari di avere una figlia con il sashimi sull'ombelico: un suo gesto e voilà. Non sembrava interessata o sorpresa nel vedermi nudo, quei sorrisi con cui condiva il suo alfabeto erano sorrisi a prescindere: non ero io che le piacevo, io ero solo il golem sessuato dei suoi sogni, forse uno dei tanti, uno al quale è inutile dire perché non può capire ma che mentre i pianeti si allineavano era esattamente ciò che le serviva. Per questo non mi guardava negli occhi, al suo sogno ero ammesso solo a metà perché la mia nudità, vistosamente impaziente, prima che della mia eccitazione parlava della sua: ero un riflesso di quello che stava sognando.

Se avessi potuto afferrare quei suoni avrei capito che stava raccontando a se stessa proprio quel suo sogno, ordinando i pezzi, decidendo dove mettersi lei e dove infilare me, era lei a sommergermi di acqua calda, era lei a condurre i miei polsi verso le sue curve cosicché con le dita arrivassi ai suoi capezzoli: il mio volto serviva solo a indirizzarvi finti baci accennati e mugolii sommessi. I miei polpastrelli sembravano convincerla, tanto che mi sorprese sentirmi catturato da due dita improvvisamente rigide a spingere il mio viso tra le sue cosce, il motivo era ovvio, suggere quel suo personalissimo onanismo senza vera intimità o solo quella che lei aveva scelto di consegnare a quel momento, a quella vasca e a quel bagno e non certo a me, io esecutore, io senza occhi perché accessorio, utile solo a cancellare ogni traccia di sapone nella sua vagina e, con la lingua che mi consentiva a malapena di respirare, restituire una nuova umidità a quel fiore, un attimo prima che si bagnasse da sé coltivando con i suoi profumi la dolcezza delle sue parole e la mia erezione, salvo poi appoggiarsi con tutto il suo peso sulla mia faccia, spinta contro il bordo della vasca, impedendomi qualsiasi movimento che non avesee deciso lei, rendendomi un forzato dell'esplorazione del suo mondo, con in più la tortura edificante di dita piccole ed agili con cui i suoi piedi coltivavano la mia eccitazione.

Non so dire quanto a lungo ci fermammo a gustare sushi, ma era già mattina quando le sue mani mi svegliarono sostituendosi ad asciugamani caldi con cui d'istinto ci eravamo protetti nel sonno, abbandonati su un tatami reso ospitale da un materassino con cuscini. Ma era un toccarmi freddo, privo di nuove emozioni, come a dire che il tempo dei suoi solipsismi era finito e che oltre quello c'è il nulla, certo non ci sono io, e che quindi era ora che andassi. I suoi occhi mi osservavano quasi sopresi della mia presenza ed io improvvisamente ero un bimbo a cui preparare la cartella per mandarlo a scuola, a cui affidare una merenda, un buffetto e una promessa qualsiasi pur di mandarlo via.

Non l'ho più rivista, non ricordo più nemmeno il suo volto, mi sono perso tornando da scuola e sono finito quasi senza accorgermene all'aeroporto, trasportato in un altro mondo in poche ore, costretto a ricostruire lei e quindi me stesso in pochi tratti scuri, raggrinziti, inumiditi dentro un fazzoletto del pranzo di bordo. (FCO, 2011)

novembre 03, 2017

Per un pugno di patate al selenio

Sembrava stesse divorandosi la lingua il treenne che tossiva terremotando la carrozzetta sospinta dalla madre distratta, indecisa nel carrefù se scegliere i grissini fagolosi al finocchio o gli sgranocchi classici con semi di sesamo.
Quella minibocca sputava rantoli minacciosi e impastati uno sull'altro, così ravvicinati che il secondo si mangiava il primo ed entrambi scuotevano quel miniumano, dai riccioli neri fino alle scarpette azzurre, quand'ecco che, dopo una brevissima pausa, riemergeva un rutto che costringeva fuori la lingua per trasformarsi poi in un nuovo conato e via a ricominciare daccapo.

M'ero tenuto dall'inalare, un po' temendo per il virus un po' per l'untore mignon, e con passo felpato m'ero allontanato; ma mentre ghermivo sognante una plastica con dentro vere friselle integrali di puglia, ecco che dietro di me l'ennesimo colpo di tosse cessava all'improvviso, sostituito nella frazione di un secondo da un sussurro angelico, una vocetta acuta e cristallina che non so proprio cosa stesse dicendo ma, qualunque cosa fosse, era deflagrata tra gli scaffali come un'inattesa oasi di speranza per noi tutti.
Anche la madre sembrò accorgersi dell'inatteso fenomeno, tanto che dopo una rapida occhiata alla miniprole, afferrò con decisione il pacco scorta famiglia di grissini light senza sale senza strutto senza conservanti proseguendo poi con decisione verso le casse.

L'untore persino canticchiava, rilasciando cherubini tra gli scaffali, mentre dai finestroni del carrefù ora irrompeva di taglio un sole giallo, che si riveberava sui cassieri e sugli espositori di occhiali monouso girapollici firmati e caramelle svizzere allo xilitolo.
Uscimmo tutti senza pagare, un miracolo era avvenuto.

ottobre 19, 2017

i sottili capelli dei morti

i nidi di polvere nella congiuntiva
la toppa di catrame sgranato
le esili labbra rugose
la muffetta a cotone del pachino
i tre lati irregolari del sesterzio
l’esalazione della cantina
la fragile pelle della bufala
l’acuto dell’infante
la valvola del materassino
l’unto animale tra i rebbi
la seconda goccia di pioggia
il pene in gola
il tlàc della lavastoviglie
le traversine dal buco del water
le frattaglie delle pecore
il crepitìo dell’espirare
il sorriso deforme del moribondo
il carosello delle etichette

luglio 07, 2017

Il sangue di Antonandro

"Enrgisto? Sei stato tu? Come hai...? Che co..?", gli occhi correvano da quelli del marito alla katana insanguinata che giaceva sul tavolo.
"Sì Camilcilia, ho dovuto, non potevo agire diversamente, Antonandro andava zittito, ora non minaccerà più nessuno".
"Come... e Debimonah?"
"E' questo che ti preoccupa? Davvero? Quella che abita di fronte e passa il suo tempo a spiarci? Ma cavolo! E ora dove lo nascondo un elefante enorme come questo?"
"Ma non capisci? Debimonah potrebbe già aver chiamato la Carambizia, potrebbero arrestarti! Potrebbero spedirti a prelevare gigametano su Jupiter o a far scorrazzare protopecore su Saturno! Non voglio perderti di nuovo, non posso!"
"Non lo saprà nessuno Camilcilia, Debimonah non potrá dirlo a nessuno".
"Che dici amore mio, quella parla con tutti, anche con gli antacebols, figurati se non... Fidati, quella spiffererà ogni cosa".
"Ho sistemato anche lei. Anzi, lei per prima".


Camilcilia sbattè le palpebre, inquadrava il marito in silenzio ma non era certa di chi avesse davanti, nessuno lo sarebbe stato: un gesto tanto enorme di chi amiamo ci abbaglia e poi ci costringe a scegliere da che parte stare. Se non si accetta il movente e l'azione, in un istante e per sempre si perde quel pezzo della propria identità che si era investito nel Noi, perché nel momento più difficile il legame d'amore non regge e la brutalità di una realtà estranea alla coppia vi entra dentro e la sfascia dall'interno, smascherando così l'ossessione che aveva portato a credere che l'amore elevasse al di sopra dell'umana contingenza, e rimaniamo così a guardare l'altro come si guarderebbe chiunque, imputabile perdipiù di aver col suo gesto distrutto un'illusione.

Oppure facciamo una scelta diversa, accettiamo i fatti al di là di ogni ragionevolezza, e per farlo cediamo definitivamente il timone della nostra vita, sacrificandolo non per i nostri sogni o le nostre azioni ma per quelli di un altro, trovandoci a spiccare un salto nel buio da fermi, mentre quello almeno ha potuto saltare in movimento, caricandoci così sulle spalle l'intero peso dell'accettazione e quindi della frustrazione per essere stati trascinati oltrecortina nostro malgrado.

Per questo Camilcilia era rimasta senza parole dopo quelle poche battute, le aveva pronunciate come per distrarsi, parlando col marito non tanto per capire o sapere, perché l'evidenza era il corpo di Antonandro che invadeva l'intero salone e uno squarcio che ne rivelava le profondità, no, aveva parlato col marito per reazione, come per riempire di parole un vuoto, per soffocare in un dialogo la tragedia appena compiuta, come per normalizzare l'assurdo spettacolo che aveva trovato rientrando in casa. Ma ora, dinanzi a quelle rivelazioni, all'omicidio preventivo di un possibile testimone oculare, si ammutolì, si sentì travolgere dall'angoscia di chi è esposto ad una complicità che non ha avuto modo di prevedere né tantomeno di scegliere.

Si sentiva quasi soffocare davanti alla precisione dell'atto: lui aveva ucciso la possibile testimone ancor prima di far fuori chi non avrebbe più potuto minacciarli. Era stato freddo, chirurgico, era stato qualcosa che lei non avrebbe mai potuto essere. Dentro di sé sapeva che Enrgisto aveva fatto quel che doveva essere fatto ed è vero che le possibili conseguenze la spaventavano, ma ciò che più di ogni altra cosa in quel momento la turbava era aver visto quell'uomo, il suo uomo, anche se solo per pochi istanti, assomigliare non più al suo Enrgisto ma ai protagonisti violenti di cronache sanguinose, in cui ora si trovavano proiettati entrambi, strappati alle nuvolette rosa di un sogno distrutto. Si rese conto nel breve volgere di un minuto che se Erngisto aveva agito così allora lei, anche lei, aveva agito con lui, e che non c'era spazio né possibilità di dissociarsi da nulla. Lo accettò.

Gli si avvicinò e lo baciò, poi lo strinse a sé, attese che lui chinasse la testa su di lei, che si lasciasse andare ad un abbraccio di salvezza e infilò poi con forza dentro di lui e dentro se stessa la katana bagnata.

Poco dopo, crollati sul pavimento di quella casa, il loro sangue prese e mescolarsi con quello della loro vittima.