gennaio 29, 2017

L’ultima domenica di gennaio

Quando si fa tardi, quando è quasi notte, nell’ultima domenica di gennaio le giovani donne di Grotte si riversano nelle strade del piccolo paese. Con i capelli al vento, con i loro vestiti larghi, incuranti del freddo, si muovono sole lungo i muri, danzano alla tramontana, trasformano il bagliore di lampioni anonimi in seducenti tagli di luce.

Quella notte i giovani uomini hanno imparato a guardarle. Sanno che, se le avvicineranno troppo, quelle misteriose figure spariranno nel nulla, e allora ne seguono le grazie da dietro le finestre, da lontano, o celati dalle colonne della chiesina. Gli uomini le riconoscono, ma le Francesche, Laure e Gaie non sono quelle di sempre; non solo per le vesti, anche per come si muovono, per la luce che illumina il loro volto, per lo sguardo diretto verso un altrove che appare carico di aspettative.
Nel buio e nel gelo di quella notte, le giovani di Grotte sono fuochi fatui leggeri e imprevedibili, sono fantasmi di sogni non raccontati, sono sinuose promesse che rendono nervosi gli uomini.

E poi, poi poi, quando la notte avvolge ogni cosa, quando il freddo si è ormai fatto largo in ciascuno di quegli uomini, ecco è in quel momento che accade: in pochi istanti le donne si dileguano, quelle figure leggiadre spariscono, in pochi minuti nelle vie rimangono solo i giovani. Una sparizione improvvisa che li lascia attoniti, ammutoliti. Le cercano, annusano deboli tracce che galleggiano nell’aria, quasi tremanti ripercorrono le strade, le danze a cui hanno assistito, si incrociano l’un l’altro senza vedersi, persi cuore e anima in una speranza inconfessabile. Ed è proprio in quel momento, quando ogni ricerca sembra fallita, quando persino quella speranza assomiglia ad un buco nero, quando la disperazione asciuga ciascuno di loro, ecco è proprio in quel momento di quella notte di quella domenica di gennaio che anche gli uomini svaniscono. In un minuto o poco meno, le strade di Grotte si ritrovano vuote e silenti.

Se hai un cuore grande, quella notte di gennaio, quando ogni suono è cessato, percorri leggero quelle vie deserte, passa lungo quei muri, sotto quei balconi, dietro quelle colonne, accanto a quei lampioni. Fatti scivolare l’aria addosso, ascolta le sue vibrazioni, inspira i suoi profumi, scoprirai che chi aveva freddo quella notte di quel giorno di inverno ha trovato il calore di cui aveva bisogno.
La notte dell’ultima domenica di gennaio, quella gelida notte, le giovani donne di Grotte danzano nelle strade del piccolo paese.

gennaio 27, 2017

La casa in fondo alla via

La casa di Giuseppe è vuota.

Son tre mesi che se n'è andato, via come voleva lui, sigillato in un cofano con accanto le donne della via della croce, del gioco e della salvezza. Tutte vecchie come lui. Un tempo se l'era prese, una per una, all'insaputa dei cornuti.

Quando han capito eran già vecchi abbastanza da non morirci, ché la vita ti parla tutta la vita di morte e quindi a una certetà t'adagi sul fatto che sia quella l'unica cosa che conti, perché è stato ciò che è stato: perché non c'è cosa che sia stata più di qualsiasi altra cosa. E anzi: mentre menavano sui chiodi per chiuderlo dentro la bara, Giuseppe s'era estratto un rantolo grasso dalla gola e me l'aveva messo in mano: diceva che quando stai là, tra soffici fodere di raso, neppure la morte conta più.

C'è una casa vuota giù dalla strada, quella con la porta finestra scurita, una volta ci abitava Giuseppe.

gennaio 23, 2017

Viola

Si è chiusa a tripla mandata dietro un spesso ruggine, estrude spigoli dalla fessura, arpiona i grassi vaganti e ogn'altro trascura.
Da sola, là dentro, incolla radici di stoffa ad un albero di cartone.

dicembre 21, 2016

A San Donato

Là fuori è fredda luce a banchi di grigio ma quassù è strisce chiare di serranda semichiusa.
Le mie dita la seguono dalle tue cosce al tuo sorriso: buongiorno amore mio, son'io, sei tu.

Laggiù i motori annunciano l'alba con un crescendo d'urgenza.
Ma quassù sfuma e poi rallenta.
Qui un tuo sbadiglio espira un bacio mentre le tue braccia spariscono tra le mie. Oh sì amore mio.



dicembre 14, 2016

Dal finestrino del 14bis

Da mani deformi lascia cadere dei biscotti sotto un platano. Celata da piume fitte di polimeri grigi, una vecchia li calpesta senza fretta. Poi riprende il marciapiede sfumando nella nebbia. Passa un cane, passa un uomo e poi un altro, una serranda s'alza al piano terra. Ma non un segno dagli uccelli da foraggiare, non un'ala, non un canto dagli alberi zuppi e senza foglie.

Un istante dopo, invece, sotto al platano un ratto pasteggia felice.

L'aria sa di idrocaburo, l'autobus sussulta e riparte, qualcuno espira un "finalmente" mentre un topo svanisce nella nebbia.

dicembre 13, 2016

Tre milioni di abitanti

La metropoli è piena di fessure, è fatta di fessure. I suoi abitanti ci infilano gettoni.
Li girano con le dita nelle loro tasche, li senti tintinnare mentre camminano. E appena si fermano, tzà, ecco che infilano un gettone in una fessura. Ce n'è sempre una a portata di braccio.

settembre 26, 2016

Non fa che bussare

China la testa di lato, come un cane che studia. Ma io so che qualcuno là dentro non fa che bussare. "Ancora, ancora tutta la notte" dice la vecchia. Lo sguardo stanco m'inquadra un istante ma le scivola poi sulla destra, sicché lo segue in ciabatte con il capo tra le mani, tagliando di sbieco con passi sbandati la stradina sterrata di fronte alla casa. "La porto dal medico?" mi giro verso di lei con quasi una supplica, ché Mariella è sola, si sposta a fatica, sol'io so del suo malditesta, di quello che da dentro non fa che bussare.

Lei crede sia il marito morto a chiamarla dassù, senza sosta la vuole "or come pria" e per quello bussa. Crudele davvero sarebbe l'Alfredo a torturarla così d'ogni giorno ogni ora. Alché le ricordo: un dottore, un qualcuno, si potrà pure far qualcosa; m'esce persino la voce rotta, quella della speranza più fragile, a cui ci s'aggrappa con una smorfia quand'altra non c'è.

Lei sorride quasi, poi lenta mi misura, come vedesse un bimbo scoprire il mondo. Si fa piccola piccola dentro il vestito che fu blu, di quelli mezzo camice con le spalle scoperte, affollati di fiorellini gialli e petali rossi. Mi osserva per un istante, abbozza persino un sorriso, come d'una serenità ritrovata, poi scende le mani ai fianchi "No no oggi no".

Si spinge ad un breve passo per tornare a casa, poi allarga un gomito verso di me e fa un cenno con la testa, alché le regalo veloce una mano e lei vi s'appoggia: prima un piede poi l'altro. Tornata all'uscio stringe con forza le mie dita e poi quasi le carezza, or s'è ripresa almeno d'un po' e mi ringrazia così, con la poca pelle dei suoi ossucci a stringere i miei. "Se ha bisogno mi chiami, oggi sto a casa", le dico mentre m'accerto che stia meglio davvero.

Poco dopo sta là, seduta sulla soglia, a salutare questo e quello, con un gesto per ciascuno. Ma ecco che poi china la testa di lato, come un cane che studia: Alfredo è tornato e la vuole con sé. Se solo trovasse un altro sistema per dirle "mia cara, vieni da me".