giugno 02, 2012

Marberina e Darambeno

La storia triste di due fratelli, Marberina e Darambeno, e di come fu che un mare blu prese il posto di un deserto.

Marberina: Mi ha rubato una goccia d'acqua col suo pennino d'oro, ci ha bagnato un foglio grigio grande come il sole, con un sorriso ha colpito, con un gesto mi ha tradito. E il sole ora è bagnato.
Su ridammi quel pennino, cerca di capire, quella luce non è tua, l'acqua invece è mia. Su ridammi quella goccia, riportala intera, asciughiamo questa stella, poi stringiamoci le mani.

Darambeno: Cara mia sei impazzita, non hai visto il temporale, il tuo naso s'è otturato, non m'hai sentito arrivare? Come credi che io possa, con un gesto, una mossa, riportare ciò che ho preso, una goccia sul pennino? Non ti godi quest'arietta? Finalmente un po' di fresco, non sarà merito mio, ma è la goccia manifesta. Non riporla nel bicchiere, non nasconderla nell'urna, lascia che col suo mestiere porti pace e frescura.

M: Tu non cogli fratello mio cosa proprio c'è in ballo, respiri forte nell'arsura come fosse un tuo problema. Non vedi tutti noi? E non basta un poco d'acqua, il sole se ne beffa e tu la perdi in un baleno, cerchi un attimo, un cambiamento, ma sei l'unico furfante. Fratello mio ragiona bene, usa meglio il tuo pennino. Torna indietro appena puoi, non è ancora troppo tardi.

D: Il foglio s'è bruciato, l'acqua non c'è più, ho perso il mio sombrero, dirò qualcosa per me solo: meglio un giorno al riparo che una vita sotto il sole, non è certo una sorpresa il caldo che ci opprime, ad avere altra acqua finirebbe come prima. Sorella mia non ti adirare, crollo stanco nella sabbia, proteggi ciò che puoi, ciò che avevo non è più.
Perdona tuo fratello, dì così ai tuoi figli: è montato a cavallo, si è perso nel deserto, era un tipo solitario, il sole se l'è preso, non seguite la sua strada. Chiudo gli occhi, scorro via, mi infilo nella sabbia, sogno metri sottoterra, come ultimo rifugio, diventare una fonte, morire per risorgere.
Addio sorella mia, mi perdo per te, per voi, per loro.

M: Darambeno che follia, un passo dopo l'altro, son cadute le tue vesti, s'è seccato il tuo sudore, sei rimasto nell'arsura a condire quelle dune, ti ho perduto un anno fa, e ancora l'altro giorno, hai rubato così poco che la colpa non si vede.
Qui tra sabbie e in vita, siedo ad occhi semichiusi, guardo il sole tramontare, sento l'aria rinfrescare. Siedo qui, ti sognerò, stanotte e domani. Guarderò le dune, Darambeno, finquando tu, col tuo pennino, colla goccia che hai rubato, ne farai un mare, un oceano, nuova vita per chi rimane.
Deh, è qui, già la sento, sgorga matta dal terreno, che regalo che hai fatto. Sulle dune, dentro i canyon, si infila dappertutto, prima il fango, poi il pieno, ogni pianta ne gioisce, ogni ansa si riempie.
Correte qui figli miei, correte tutti, c'è da bere, da nuotare, da innaffiare e coltivare, da godere a volontà. Un miracolo s'è visto: il deserto non è più.
Darambeno, fratello mio, ciò che hai fatto è più di me e di ogni altro, di ogni cosa e di ogni gloria. Piango qui solitaria, ti chiamai ribaldo, birbante e manolesta, ero cieca e demente. La tua vita, Darambeno, non sarà dimenticata, scolpirò un monumento, una targa dedicata, narrerò il sacrificio.
Addio mio adorato, addio fratello mio.