gennaio 14, 2018

Ayako

Le bolle si gonfiavano sotto il sedere, le risalivano lungo il fianco destro e si riversavano sulla tettina con rapide esplosioni, rompendo per pochi istanti, ritmicamente, la coperta di sapone bianco che galleggiava sull'acqua della vasca, e diffondevano poi l'aroma fasullo del detergente. Che importa se non capivo una virgola di quanto stesse dicendo rapito com'ero dagli ideogrammi che diffondeva attorno a sé in una sorta di canto continuo. Sapevo però che le bolle le piacevano, sapevo soprattutto che l'acqua calda, quei vapori, il bagno grande con in più i miei occhi che la sezionavano erano gli ingredienti per trasformare i suoi sedici anni in un nigiri di pesce, da divorare in un'orgia di soia e bacchette: di lì a poco, il tempo di togliersi di dosso gli odori del trasporto urbano che l'aveva condotta da me, ci saremmo avvinghiati l'uno all'altra.

M'ero avvicinato per afferrare le farfalle che le svolazzavano sul volto nella speranza di affondare poi nei suoi occhi almeno fino al petto e col resto nel resto di lei, in quella grande vasca, alcova umida di una toilette che avremmo avuto per noi fino al giorno dopo, il miglior affitto che avessi mai ottenuto nella sua città, l'unico modo per farle capire senza bisogno di parlare quali fossero le mie intenzioni. In più era una strategia vincente per confondere le idee ai genitori, ignari di avere una figlia con il sashimi sull'ombelico: un suo gesto e voilà. Non sembrava interessata o sorpresa nel vedermi nudo, quei sorrisi con cui condiva il suo alfabeto erano sorrisi a prescindere: non ero io che le piacevo, io ero solo il golem sessuato dei suoi sogni, forse uno dei tanti, uno al quale è inutile dire perché non può capire ma che mentre i pianeti si allineavano era esattamente ciò che le serviva. Per questo non mi guardava negli occhi, al suo sogno ero ammesso solo a metà perché la mia nudità, vistosamente impaziente, prima che della mia eccitazione parlava della sua: ero un riflesso di quello che stava sognando.

Se avessi potuto afferrare quei suoni avrei capito che stava raccontando a se stessa proprio quel suo sogno, ordinando i pezzi, decidendo dove mettersi lei e dove infilare me, era lei a sommergermi di acqua calda, era lei a condurre i miei polsi verso le sue curve cosicché con le dita arrivassi ai suoi capezzoli: il mio volto serviva solo a indirizzarvi finti baci accennati e mugolii sommessi. I miei polpastrelli sembravano convincerla, tanto che mi sorprese sentirmi catturato da due dita improvvisamente rigide a spingere il mio viso tra le sue cosce, il motivo era ovvio, suggere quel suo personalissimo onanismo senza vera intimità o solo quella che lei aveva scelto di consegnare a quel momento, a quella vasca e a quel bagno e non certo a me, io esecutore, io senza occhi perché accessorio, utile solo a cancellare ogni traccia di sapone nella sua vagina e, con la lingua che mi consentiva a malapena di respirare, restituire una nuova umidità a quel fiore, un attimo prima che si bagnasse da sé coltivando con i suoi profumi la dolcezza delle sue parole e la mia erezione, salvo poi appoggiarsi con tutto il suo peso sulla mia faccia, spinta contro il bordo della vasca, impedendomi qualsiasi movimento che non avesee deciso lei, rendendomi un forzato dell'esplorazione del suo mondo, con in più la tortura edificante di dita piccole ed agili con cui i suoi piedi coltivavano la mia eccitazione.

Non so dire quanto a lungo ci fermammo a gustare sushi, ma era già mattina quando le sue mani mi svegliarono sostituendosi ad asciugamani caldi con cui d'istinto ci eravamo protetti nel sonno, abbandonati su un tatami reso ospitale da un materassino con cuscini. Ma era un toccarmi freddo, privo di nuove emozioni, come a dire che il tempo dei suoi solipsismi era finito e che oltre quello c'è il nulla, certo non ci sono io, e che quindi era ora che andassi. I suoi occhi mi osservavano quasi sopresi della mia presenza ed io improvvisamente ero un bimbo a cui preparare la cartella per mandarlo a scuola, a cui affidare una merenda, un buffetto e una promessa qualsiasi pur di mandarlo via.

Non l'ho più rivista, non ricordo più nemmeno il suo volto, mi sono perso tornando da scuola e sono finito quasi senza accorgermene all'aeroporto, trasportato in un altro mondo in poche ore, costretto a ricostruire lei e quindi me stesso in pochi tratti scuri, raggrinziti, inumiditi dentro un fazzoletto del pranzo di bordo. (FCO, 2011)

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