giugno 11, 2013

Nonno Nelson

Lo vedo piagato dai lavori forzati, torturato dalle dimensioni della sua cella. Lo immagino spingere con il pollice ruvido la propria vita dentro una cavità intima, dentro un ordigno da nascondere ai suoi carcerieri. Anno dopo anno, ne ha riempito l'interno con polveri sempre più esplosive, tanto scandalosa era la sua sopravvivenza. E quando, finalmente, è stato liberato, quella bomba è esplosa. Quel giorno tutto il mondo ha saputo.

Avevo vent'anni quando Nelson Mandela è uscito di galera. Quando sono nato io, già era dentro, da quasi dieci anni. Oggi che Madiba è sotto sedativi in un ospedale sudafricano e che si teme per la sua vita, mi scopro commosso, turbato, pieno di gratitudine. Cresciuto con addosso il mito e le parole di Gandhi, ispirato da Martin Luther King Jr., l'esempio di Mandela oggi risuona nella mia identità come la corda più incorruttibile e perciò inafferrabile del nostro essere umani, e riporta alla realtà le dimensioni del mio mondo, molto più contenute di quanto a volte mi distraggo ad immmaginare.

Per affogare problemi, vizi, preoccupazioni, per abbandonarsi al piacere di essere niente basta guardare una sua foto, leggere le sue parole, cercare in quegli occhi meravigliosi. Non è difficile vedere quanto hanno cambiato anche noi. Ricordiamolo sempre.

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