giugno 18, 2011

Brodo nero

Ti manda totalmente ai matti uscire agonizzante da un ascensore in pieno centro a Barcellona e ritrovarti fuori dalla stazione dei treni di Venezia, proprio vicino al ponte. Fino ad un secondo fa era giorno e ora è notte, e c'ho la tamorra che risale come una lama, manco fossi rimasto davvero in quel cesso di discoteca due notti fa. Qui non c'è un'anima né un rumore neppure a pagarlo. Anzi. Vicino alla riva c'è l'acqua nera che sbatte contro la fondamenta, ma si sente pianissimo, ovattato. Ora nella luce della luna c'è qualcuno che scende dal ponte bianco. Lui è nero. Lo fisso. Sto per mettermi a ridere, ma c'è qualcosa che mi blocca. Colpa sua. Sembra un guerriero uscito da quark, con lancia scudo e sguardo assassino. Fa paura in effetti. Tanta. Mi punta con la punta della punta. Diosanto. Si avvicina mentre inizio a farmela addosso, cazzo faccio ora, non capisco una fava, come ci sono finito a Venezia? Perché c'è questo silenzio? E che cazzo ci fa uno come quello qui? E Barcellona? Ed Elisa? Chiudo gli occhi un istante, un dolore fortissimo allo stomaco mi spiezza in due, poi la notte è squarciata da una luce abbagliante che mi si pianta negli occhi. E' un mezzogiorno esploso in testa senza preavviso. C'è un casino bestiale. Dove sono? Lì per lì non vedo una sega, ho le retine sfuocate, poi mi accorgo che c'è un sacco di gente attorno a me, africani, parlano anzi cantano. Sembrano tutti guerrieri, come quello di Venezia. Ma non siamo più a Venezia. E neppure a Barcellona. No no. E poi questi non sono incazzati, sono felici, con denti bianchi ed enormi che non stan più nelle labbra. E' pieno di donne, forse bambini, gente che da sopra una rupe ci butta addosso acqua, moltissima acqua, ettolitri d'acqua e fango. Dio quant'è fredda quella roba. La buttano su tutti, anche addosso a me, al ciccione italiano. E' gelida ma tutti ridono, e ballano sotto quella pioggia, ma quanto cazzo ce n'è. Oddio ma è buona, è vero, è fresca da morire, cancella il sole con un sorso. Un attimo dopo bevo e salto anch'io, sto ridendo come loro, esco dalla camicia e ballo con le tette che ballano e chiccazzo se ne frega di Barcellona e di Venezia, la luna può aspettare, la morte anche. Le mani di quelle vecchie mi strappano tutto quello che mi rimaneva addosso, balliamo appiccicati, scatenati, si respira a fatica, il sole è altissimo e ora vedo solo veloci dita nodose, secchiate che arrivano da tutte le parti, bocche che urlano e cantano e un attimo dopo non so cosa canto anch'io, lo faccio mentre rido, rido come un matto che non ha più un dolore in corpo, mi sento altrove, e prego solo che non finisca mentre faccio salti di mezzo metro. Che non finisca mai. Rido io unico bianco in mezzo ad un branco di guerrieri neri, rido perché sono in una terra che non conosco mentre ieri mattina o stamattina o poco fa ero in Europa, non c'è più segreto, Elisa, nulla ha più un senso perché tutto è qui ora. Sono felice qui, mi getto ridendo in quel pentolone d'acqua bollente che hanno preparato per me, neppure me ne accorgo, facce che ridono e le mie risate nel mio cervello, e mi perdo negli occhi di quelle vecchie che danzano tutte attorno e mi buttano acqua bollente addosso e verdure e chissà cos'altro, dio c'è un'atmosfera bellissima e mentre perdo i sensi sento ancora quelle mani che mi toccano la testa e poi, wow, finalmente non sento davvero, non sento davvero nulla più.

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