luglio 26, 2026

Il maratoneta

Se esco adesso in un secondo avrô fatto mezzo passo e due secondi dopo saranno tre e siccome insisto mi s'allungano i venti metri cento e i mille, tutti insieme e uno per volta, ecco finiranno sotto i piedi e di più di più finché uno di dieci e cinque di cento chilometri, tutti di sole o soli di notte, con tutti quei secondi sudati addosso ecco la vedo, ecco la tocco, ecco la tastiera per aprire la porta di casa tua.
Finalmente.
M'asciugo dal fazzoletto zuppo e digito.
Dieci sette ventitre, due, quarantotto.

Beh? Perché non t'apri? Il pin è giusto, cosa osta amore mio? Perché non fai tlàc?

luglio 20, 2026

Al crepuscolo

Le cicale tutte insieme cessano di rincojonire il bosco mentr’io volgo le chiappe alle Culex e la prora al venticello.
Quello risale tra le querce così lento, s’imbarba su ogni foglia, calderrimo come il giorno che fu, come la notte che sarà.

Venite qui, zanzaroni, pascetevi con le vostre mascelle, mandibole, labra e ipofaringi, infilatevi in ogni poro!
Ce n’è, sapete? Per milioni di voi e miliardi di noi. Che possa io darvi tutto il mio sangue finché ancora scorre.

Dove andate? Accorrete, sciocche culicidi!
Il tempo stringe: domani all’alba sarò pietra io e sabbia rossa lui.

giugno 23, 2026

Corpo vecchio di sei anni ormai

Siamo biodegradabili noialtri.
E dacché son morto da lungo tempo, vi dico che guardo quel mucchietto di me senza spavento alcuno.
Il compost prodotto da batteri anaerobi, calliforidi, saprofagi, muscidi e fannidi, ecco il mio contributo.
Gli acari portano su di sé il senso del mondo. Io mi esaurisco felice.

giugno 16, 2026

La leggenda del signor Boh

La Cronaca di Qui racconta che in quel giorno di quell'anno il signor Boh si fosse stufato di aspettare Comesi, la moglie.

Lo aveva piantato di buon mattino mentre lui ancora si frugava nelle braghe ed era uscita per andare al mercato. Ormai eran quasi due ore e il signor Boh non era certo tipo da ammuffire tra quattro pareti. Nossignore, non quando fuori c'era il primo Sole stanarettili della primavera. Già sapeva, il signor Boh, che attardandosi tra verze e finocchi la moglie doveva aver finito per incontrare qualcuno, Chissachi o Chilaconosce di sicuro, finendo per dimenticarsi di lui. Alla sua età qualefosse, il signor Boh aveva stabilito che nessuno a parte lui avrebbe mai più deciso del proprio tempo, neppure la moglie. Quindi uscì e sarebbe rientrato solo quando l'ispirazione, la fatica o lo stomaco lo avessero risospinto verso casa.

Dicono che quella mattina si fosse fermato al bar come sempre e che poi, già verso ora di pranzo, si fosse diretto per una passeggiata sulla sterrata di Belposto, dove aveva incrociato e salutato con un gran sorriso la giovine Chimaisara, la maggiore delle figlie di Quellola. E fu l'ultima volta che venne avvistato nel territorio di Qui.

Di lui non abbiamo avuto altre notizie negli ultimi tre anni. Dato per disperso, è stato cercato da tutti, dalla televisione e anche dalle forze dell'ordine ma niente, del signor Boh si è persa ogni traccia. Persino Comesi col tempo ha dovuto farsi una ragione dell'accaduto e iniziare ad incassare la pensione di reversibilità.

Tutto ha taciuto fino a questo pomeriggio, quando il signor Machiè è tornato da una escursione all'isola Bisencosa nel lago di Mandosta, con notizie talmente straordinarie da avermi indotto ad aggiornare la Cronaca.

"Ci stavamo godendo il sole - ha raccontato Machiè al bar - quand'ecco che mi si para davanti, non vi dico chi.. Non ci potevo credere..." - "Dicci dicci" - chiedevano gli occhi le bocche e le orecchie di tutti - "dicci che non stiamo più nella pelle" - "Beh a pochi passi dalle mie figlie" (e qui Machiè ha fatto roteare le pupille cilestri così in alto in basso a destra e sinistra da quasi nasconderle, per essere sicuro che a nessuno sfuggisse l'enormità a cui aveva assistito) "c'era nientepopodimeno che il signor Boh". "Nooo, non è possibile" - dicevano più o meno tutti con grugniti, movimenti del corpo, mani alzate - "E' morto da anni" - dichiorno. "Te lo sei sognato" - sdissero.



giugno 15, 2026

Ci siamo

---Commissariato Burette. La task force

Sì sì, il popolo del fango. Non sappiamo niente di loro, zero totale. Appaiono senza preavviso. L'ultimo episodio è stata una fermata del bus regionale sulla Costa Verde. Almeno trenta persone.

- Che sappiamo di come agiscono?

Abbiamo una teoria. Che siano scavatori eccezionali, capaci di costruire in tempi rapidissimi reti di cunicoli nella terra umida, tunnel strettissimi, invisibili, come buchi di fango.

- Ma perché?

Ci si nascondono dentro, nella terra. Aspettano le loro vittime e poi agiscono con una velocità impressionante. Si crede che non emergano neppure, nessuno li ha mai visti. Afferrano le vittime per i piedi e in un attimo vengono trascinate di sotto, spariscono nel fango, letteralmente. Di loro non sappiamo più nulla. Non lasciano tracce, e comunque niente di utile per identificarli.

- Trenta persone...

Ci hanno messo pochissimo, forse poco più di un minuto. Lo chiamano "il fango con le mani". Non lasciano scampo. Li han presi tutti. Pensiamo sapessero quanti sarebbero stati a quella fermata dell'autobus, in quale momento, e si sono preparati, magari da giorni.

- Che ci fanno con i rapiti?

Non sappiamo nulla. Non sappiamo cosa li spinge, non sappiamo che fine facciano le loro vittime. Sappiamo che non lasciano tracce utili. Molti dei rapiti, beh sappiamo chi siano, ormai parliamo di diverse centinaia di persone, insomma non sono mai riapparsi. Spariti nel fango, letteralmente.

--- Costa Verde, fermata del bus regionale

(Non può essere una mano. Cavolo sembra proprio una mano. Magari sono dei sassi. Dovrei avvertire qualcuno. Ma non è una mano, ti pare? Certo con questa pioggia si dev'essere mosso di tutto qua intorno. Sì forse è organico, ma non mi pare una mano, è sicuramente vegetazione. Ma non è che l'autobus è in ritardo anche oggi no? Ah no, eccolo, era ora.)
"Ma..? Cosa? Aiu- "

(oddio! aiuto! non vedo nulla, ci sono due mani che mi stringono le caviglie, vengo trascinato sottoterra, scivolo giù, mi fanno scivolare giù. sto passando attraverso un cunicolo stretto, ho la faccia immersa nel fango, tutto immerso nel fango, mi sento immobilizzato dalla paura)

--- a casa loro

(devo essere svenuto. ma dove sono? ho una benda sugli occhi, intravedo forse della luce. sì, ci dev'essere molta luce. sento lamenti. gente che piange. che tossisce. sono tanti. siamo tanti. dove sono finito? qualcuno mi ha legato le mani, i piedi, ma perché? che succede?)

(c'è come un'eco... forse è un capannone, un magazzino? sì forse sì, un ambiente molto grande sicuramente. c'è una umidità pazzesca. dove sono? ci hanno rapito? ci uccideranno? mi sento debolissimo. forse mi sto adattando all'adrenalina)

* Prendiamo quello là, quello grosso. Sì quello là.

(ma che stanno facendo? dev'essere una stanza molto grande. ce l'hanno con qualcuno accanto a me? ma quanti sono? quanti siamo? perché? devo ragionare. devo respirare, mantenere la calma, capire che succede)

(ma che volete? lasciatemi stare! non riesco a parlare, non riesco nemmeno ad emettere suoni. mi afferrano, ma che vogliono?)

** Si sta svegliando.
* E' andata bene, guarda quanta ciccia.
** Sì sì, ma è tutto grasso alla fine.
* Il grasso è buono però.

(cosa? ma che dicono? mi hanno tolto i vestiti, mi hanno legato, se almeno potessi parlare! ma parlano di me? perché mi tastano? cosa vogliono? aiuto! basta! basta! quelle mani, cosa vogliono da me? perché mi tastano dappertutto? anche il pisello, le palle, ma che vogliono? lasciatemi stare!)

* Da dove iniziamo?
** Io andrei col culo, bello rotondo, bello grosso.
* Ha dei bei polpaccetti però eh, hai visto? Qui c'è tanto muscolo oltre alla ciccia eh.
** Sì, stavo notando anche io, forse è la parte migliore.
* Iniziamo da lì dai.
** Ma guarda anche che bei coglioni che ha.
* Anche quell'uccellino promette bene.
** Passami quello là. No, non questo. Quello corto, con la punta a esse.

(mi divincolo, cerco di allontanarmi strisciando sul sedere. sento delle persone dietro di me. vi prego. no, vi prego. mi bloccano la retromarcia. ora ci sono mani sulle mie ginocchia. lasciatemi andare vi prego, no! no! mi allargano le gambe. non farlo! no! no! vi prego!)

giugno 06, 2026

Qui, in Paradiso


(clicca per ascoltare il post)

C'è un'aria che inizia con un movimento lento e che poi, per un istante, è disturbata da un rapido clangore di metallo, che da solo cambia per un attimo e per sempre i colori del mondo. Oggi qui è stata una mosca a dipingere con un ronzio rapidissimo le fronde degli olivi al vento, così inatteso e opportuno da svuotarmi il cuore di ogni domanda. E ora c'è un merlo che getta i miei pensieri sotto la luce del giorno, e il sole li prende e li sfarina, uno appresso all'altro, fino a renderli polvere. E tutti quei verdi che si muovono lenti, ecco, quelli stan lì a creare spazi nuovi dentro di me, proprio qui, in Paradiso.

maggio 27, 2026

Zi'

Vorrei essere il panno che scivola sulla tua signora, e il granello di polvere che ho trascurato, e l'imperfezione che nutre la sua ceramica. Vorrei colarmi addosso come quel collo affusolato, e poggiarmi la testa tra quelle tette materne, e vedermi vedere ancora le tue parole riformare il mondo.
Vorrei diluirmi nel lago, ed essere plancton sinché il coregone mi digerisca, che finisca poi a decompormi sul fondale e che quell'azzurro misto nebbia sulla tua tela sia un po' anche l'azzurro mio.

maggio 11, 2026

Cambogia

Mami mami!

- Che c'è tesoro?
C'è papà in televisione
- Eh?
E' papi!
- Gilbertina, quello non è tuo padre
Mamma ma che dici, è lui, lo vedi
- No figlia mia, quello è Antioco, suo fratello gemello
Ma papà non ha fratelli e quello comunque è lui
- Sì che ce l'ha, e quello è Antioco
Mamma ma è papà
- No tesoro di mamma
Ma mamma quella è la camicia che gli hai stirato stamattina, i pantaloni, ha pure il cappello che gli abbiamo regalato al suo compleanno!
- Sì, ad Antioco
Ettore, mamma, si chiama Ettore e lo hai sposato vent'anni fa, quando sei rimasta incinta di me
- Sedici tesoro, tu avevi quattro anni
Mamma non hai bevuto?
- No, tesoro, ma non sapevo come dirtelo, quando, e ora te lo sto dicendo, non so cosa mi abbia preso
Ma cosa stai dicendo? Mamma vaneggi?
- No amore mio, almeno credo
Perché lo chiami Antioco?
- Perché è il suo nome, il nome di tuo zio, di mio marito, ma l'ho chiamato Ettore per decenni
E papà? Scusa ma papà allora?
- Cosa?
Che fine ha fatto?
- Non lo so amore caro, sono così tanti anni che non ne ho più notizia. E' partito, andava in Cambogia per non so quale progetto, non è più tornato
Ma cosa mi stai dicendo mamma? Papà è morto?
- No, sa badare al fatto suo, starà facendo del bene da qualche parte sai, magari gli intitoleranno una via, o gli faranno una statua quando non ci sarà più. Ma che sto dicendo?
Mamma sei di fuori, di nuovo
- Mannò Ernestina che dici?
Mamma mi chiamo Gilberta
- Oddio che nome poverina, e chi te lo ha messo?
Voi mamma
- Noi chi?
Tu e papà, Ettore
- E chi è Ettore?
Mamma?
- Mamma? Ma chi è lei?
Hai preso le tue pillole?
- Ma chi sei? Che ci fai in casa mia? Aiuto!
Mami prendi le pillole
- Aiuto una ladra! Mi vuole drogare aiuto, aiuto!
Mamma chiudi la finestra farai venire i vicini, dai su prendi queste pillole vedrai che poi... E ora chi è che suona alla porta?
- Aiuto! Aiuto!
O Dio mio aiutami tu. Chi è?
* Sono Marzio, il vicino della signora
Buongiorno
* Ho sentito gridare e...
Sì mia madre, si sente male
* Ma lei chi è?
La figlia, Gilberta, ci siamo visti cento volte
* Mai. La signora non ha figli, non ne ha potuti avere poverina. Sarà mica una di quelle che rubano ai vecchi soli?
Ehi Marzio, sono Gilberta, ricordi? Vengo tutte le domeniche a pranzo, si ricorda che le ho portato una pianta la scorsa settimana? E mi ha pure chiesto di uscire insieme?
* Ma figuriamoci, me lo ricorderei. Io non la conosco, ora chiamo la polizia
- Ohh grazie a Dio, grazie
Mamma la smetti? Mami? Mami non mi riconosci più? Mamma? Mi senti?
- Aiuto! Aiuto!
* Si calmi signora, mi han detto che saranno qui in pochi minuti
Bene va, almeno potrò spiegare

• Che succede qui?
Agente, mia madre non mi riconosce più, il vicino qui finge di non ricordarsi di me, mia madre ha dei problemi di memoria, se non prende le sue pillole..
- Aiuto! Aiuto!
• Signora si calmi, siam qui noi. E lei, signorina, ce l'ha un documento?
Sembra un incubo. Ecco la patente
• Dice di essere la figlia?
Non dico. Io sono la figlia
• La signora dice di no, e il vicino non l'ha mai vista
Guardi non so cosa succede
• Ci segua in centrale, faremo dei controlli
Ci vorrà molto? Mia madre deve prendere le pillole
• Nel caso la riaccompagniamo noi, non si preoccupi. Ecco signora ha visto? La portiamo via
- Ohh, Dio vi benedica
* Signora ora sta meglio? Sono andati via
- E lei chi è?
* Il suo vicino
- Il vicino di chi?
* Abito qui accanto, non ricorda?
- Ma non l'ho mai vista, come si chiama?
* Mi chiamo... mi chiamo.. oddio non ricordo come mi chiamo. Lei come si chiama?
- Credo che abbia detto di chiamarsi Fabrizia
* No, non la ladra, lei lei dico
- Gilberta, credo
* Piacere, io ora ricordo, mi chiamo Ettore
- Sicuro? Non si chiama Antioco?
* No. Ettore.
- Questo nome mi dice qualcosa. Ma da quando abita qui?
* Da dieci anni, da quando son tornato dalla Cambogia.
- Anche il mio ex marito era andato in Cambogia, ma non è più tornato.
* E come si chiamava?
- Marzio.
* Ahhh. Pensi che io sono dieci anni che cerco mia moglie e mia figlia, ma ormai ho perso le speranze. Quando tornai dalla Cambogia erano sparite nel nulla.
- Oh che tragedia poverino, e come si chiamavano?
* Ernestina e Fabrizia
- Ahh poverino. Venga, le offro un té così mi racconta della Cambogia, chissà che non abbia incontrato il mio ex marito laggiù. Venga venga.

maggio 08, 2026

Le briciole

Ecco, persa la lingua perso il senno, finquando quel richiamo ha interrotto il mio crollo personale. Non un gemito a caso ma il suono di uno sforzo, quel colpo di reni che produce un suono grave eppure pietoso, non cattivo, ecco quel grugnito addolorato mi era giunto così, umido, come dall'erba che calpesti tu e che io vedo a testa sotto, tuo pavimento mio cielo, e hai trapassato così quel confine contro cui le parole sono morte, aggregati di lettere, nient'altro.

La verità sembra verità quando viene dal profondo quando si proietta dallo stomaco al mondo, un innesco primordiale, una dichiarazione di principio, una presenza senza tempo.
Quello siamo, e sono anch'io, come un fulmine mi sei piombato addosso, bruciando dall'amigdala in giu il capoverso, lasciando su quella parte di me la tua impronta completa, un assaggio di quel che ero e pochissimo di quel che sono.
Ecco, ora mi guardi dall'oltre dell'erba capovolta attraverso il riflesso di te, coi tuoi piedi sulla mia testa, i tuoi occhi che non mi vedono e la bocca ancora aperta, appena, dopo quello sforzo.

La tua mano mi raggiunge, sono più piccolo di un tempo, e mi contiene tornita di rugiada e sporca di terra, fredda, persino così quelle tue dita su di me adesso beh son belle dolci e morbide.
Mi sei addosso mentre mi trascini nel tuo universo, sono un sacco che si sgonfia per passare da un buco nero piccolissimo, e si rigonfia subito dopo, come se ci fosse davvero aria là sotto sufficiente a insufflarti dentro la vita. Così ti sorrido, perché tra le dita dei tuoi piedi sbriciolano lettere cadute di sotto mentre le tue labbra si posano sulle mie. Spingono da dentro e in su decadi di ricovero da trauma, caos mescolato all'uva passa succhiata adagio, e ai pinoli che ho masticati, le vedo dall'altro lato ormai, al contrario e in chiaroscuro, da là sotto risalgono al crasso poi allo stomaco e poi spingono ancora, si smontano ancor prima di superare l'orofaringe, perché non han più scopo mentre quel tuo gemito lo pronunci di nuovo, stavolta senza suono, come se fosse il gesto del tuo mento tutto ciò che serve a provarmi che ci sei.

Nella nebbia ora ci sono i tuoi occhi che mi galleggiano addosso mentre ti stringo cadiamo insieme affondiamo nell'umido vapore che tutto il mondo regge.

Siam passati da qui a lì tu tirandomi su con la mano e io abbandonandomi come due cani che non han bisogno di temersi: l'erba è zuppa e il nuovo sole spalmerà la nebbia sopra a tutti i fili d'erba, e su quelle nuvole saliremo e sarai felice di certo e di certo lo saremo di nuovo tutti.

dicembre 26, 2025

Piove sai

Tra tue colline profumate scorre il fiume mio.
Guardati, come potrei mai lasciarle?
Cosa crescerebbe nel cuore se strappo via giunco e marasche?
E questo cazzo enorme, cosa dovrei farci?

Corro al sovescio seduto sul diesel. A ogni zolla sobbalzo, e grugno per i pensieri tuoi, e i miei.
Con te lontano la terra avrà aria soltanto. È questo che ci aspetta? Come ci nutriremo?

Lascia invece che ti segua nell'erba, che ti fiuti come un elefante cieco, che sia il mio avorio ad affondare le tue morbidezze.
Non vedi? L'aurora già scappa il cinghiale, l'acqua s'accorge di noi, ti sfiora, anche lei felice di bagnarti.
Gli uccelli cantano, è giorno di nuovo, la campagna s'abbraccia. Finalmente zuppi ci baciamo.

ottobre 13, 2025

Per un'amica mia un pezzo del mio cuore

Ciao ****mia, Qui ci son giorni che il sole non scotta neppure stando fuori tanto, e poi la sera quando finalmente chiudi tutti i lavori e ti lavi in mezzo al prato il sole te ne fa ancora un'altra, perché quando ti sembra ormai oltre la collina ecco che ti colora le nuvole di gialli rosa e grigi dando a quel che resta del blu un'intensità senza fine. E ti asciughi mentre tutto questo ti si deposita nel cuore, mentre l'ultimo raggio gioca a nascondino con la cima alta di un olivo vecchio. E li' nel controluce, scorgi delle olive. Che bello ****mia.

giugno 17, 2025

Dice che piove

So che siete col fiato sospeso sui bucati, quindi vi aggiorno dicendo che il ciel bianchino par cedere di nuovo all’azzurro. Se non fosse per la lucertola che si era infilata nel cassetto della zanzariera finendo poi stupita e zoppicante dentro casa, tutto farebbe pensare ad un normale giorno estivo. Le mosche non hanno nessuna voglia di venir dentro, preferiscono star fuori ad annoiare l’aria, segno sicuro che di pioggia quell’aria proprio non sa.

giugno 13, 2025

Fa caldo

Uscendo qui fuori, sotto il sole alto, puoi sentire l'erba che evapora sbiancando, le foglie che s'arrotolano, i fiori che sacrificano i colori intensi del mattino, le vespe che ronzano come ubriache in cerca d'ombra e persino le pietrine che calpesti, anche loro sono sul punto di frantumarsi. All'ombra sta qualche passero coraggioso, è lì che dice ai suoi amici invisibili dove ha visto dell'acqua. Chi vola si salva.

marzo 07, 2025

It rocks

To me, it was just another rock, one of the countless celestial bodies drifting aimlessly through space. Yet, the way he gazed at it through our ship's front window intrigued me, as if he anticipated something extraordinary.
"Did you see that?" he asked out of nothing.
I hadn't noticed a thing. "See what?"
"It moved."
"What do you mean?" I began to ask when suddenly I saw it too. The rock, spinning through the void and rotating at twice Venus' speed, was doing something unexpected. It was dancing.
"It's like… it’s like dancing," he uttered weakly, his voice tinged with astonishment.
As we adjusted our orbit, our navigation system started to adapt. Suddenly, our entire ship began to move, swaying in harmony with the rock.
The way the rock and our ship moved together seemed to follow a rhythm, reminding me of a human song. However, throughout all the space monitoring operations we've conducted, nothing like this has ever been reported. There was no existing protocol for such a situation.
"Is it safe, buddy? Shouldn't we keep our distance?" I asked, as a vague sense of potential danger crept into my thoughts.
"Honestly, who knows?" he replied. "This isn't supposed to be happening. It's not a known phenomenon. I can't detect any external gravitational force causing this, and if there was one, it would have to be massive enough for us to detect it. Unless..." he trailed off, getting lost in his own thoughts.
Then he continued, speaking slowly and softly, almost in a whisper: "Unless it's a black hole, and we —along with this planet— are spinning at the edge of its event horizon without realizing it."
Suddenly, fear gripped me. I vividly recalled Lieutenant Golosi's warnings to pilots about the subtle forces emitted by black holes, how they defy our ship's sensors, and how effortlessly they consume anything caught in their gravitational pull.
I glanced at the console, hoping for a comforting sign, but instead, I saw numbers descending into chaos. Our speed was increasing, though I felt no acceleration, no tug, no jolt. Just a continuous, smooth motion, like gliding on an invisible current.
"Can we escape?" I asked, already knowing the answer before I spoke.
He didn't answer immediately, his eyes fixed on the rock, now spiraling gracefully like a performer at the peak of a routine.
"If it's a black hole, escape isn't an option," he finally said. "The moment we started moving with this, it was over."
The thought should have terrified me, but instead, I felt something different. Wonder. The ship had stopped resisting. The rock no longer spun erratically. We were perfectly in sync, a duet in the fabric of space-time.
The darkness outside was shifting and stretching. Stars ahead began to distort, their light twisting into iridescent ribbons. The event horizon was near, yet it didn't appear as the menacing void I had imagined. It was a shimmering veil, inviting us.
"This is beautiful," he whispered.
And it truly was. The ship now glided effortlessly, no longer under our control. We were weightless in every sense, surrendering to the inevitable. The light around us folded into infinity, spiraling in harmony with the waltz we had unknowingly joined.
I closed my eyes, and for the first time, felt completely untethered.
Then, the dry plastic snap of a lever. The stars twisted one last time, the great spiral tightening around us toward the darkness below. The waltz collapsed inward with a deafening rush, flushing everything into the roaring vortex, faster and faster, down the narrowing throat beneath.

novembre 20, 2024

Oggi così

Forsa forsa che son le sete e trenta e bisogna bere aqua cosi diventano le oto

agosto 08, 2024

Bolsena

Qui c'è folaghe, germani, olandesi e contadini, trattori, barchette, garzette e libellule, automobili, gabbiani e cornacchie, e poi vedo l'acqua scura, il cielo chiaro, la palla gialla, le foglie verdi marroni e rosse. Non fosse per te, zanzarone mio, solo i pappataci mi pungerebbero.

ottobre 24, 2023

La soglia della chiesa





I tuoi sussurri.
Nel mio orecchio.
Involuta lubrificazione.
M'appecori di parole.
Lisciato dalle tue rughe,
mi spargi sul marmo gelido.
Quanto poco ti interessa la mia testa schiacciata sul gradino.

settembre 21, 2023

l'App

La corsa del vagone resuscita di continuo il plug incassato tra le sue chiappe. Vedo che suda, sorride, che vorrebbe contorcersi per cambiare posizione alle pareti intestine di appoggio ma, figlio di una famiglia bene, è addestrato a non far trapelare nulla in pubblico, la felicità è un peccato, la commozione una debolezza, il piacere uno scandalo. Soffre.

Lo radiocomando da qualche sedile più in là titillando l'iconcina della app con un angolo dei suoi occhi addosso. Ogni volta che prendo in mano il cell se la fa sotto, o trema all'idea che proprio questo gli possa accadere se dessi troppa potenza al tappo nel suo deretano. La dipendenza da umiliazione lo ha messo nelle mie mani, ora può solo subirla, uno stato assoluto e irrisolvibile che si consolida con la pratica, proprio quella che sta affrontando ora che il suo culo ha smesso di essere suo, e che in questo passaggio di consegne, da lui a me, si è portato appresso molto più di quanto lui avesse preventivato. In pochi giorni, con pochi gesti, l'ho proiettato nello stato confusionale dell'accelerazione chimica provocata da un lucchetto nelle mutande, che impedisce non solo qualsiasi turgore ma anche qualsiasi soddisfazione. La chiave l'ha data a me e io mi son preso tutto.

Siamo quasi arrivati, ma questi ultimi venti minuti li deve fare in mezzo ad una turba di adolescenti che tornano dalle scuole, che un operaio ciccione come lui neppure lo noterebbero se non avessi alzato al massimo la vibrazione.

Scopro infatti che quel rumore ottuso penetra di quando in quando le frequenze occupate dal fragore delle rotaie. Loro non sanno cosa sia, ma lui sì, serra gli occhi per non rispondere al loro sguardo, sicché attira ancor di più la loro attenzione. Se ne accorge ma è troppo tardi: quei ragazzi attorno a lui, appesi tra i sedili, han smesso di stridere tutti nel medesimo istante, e ora che il treno è fermo studiano la provenienza di quel richiamo, si guardano e poi squadrano la preda grassa e arrossita. È un attimo, le sue maschere cedono sotto le beccate dei loro occhi improvvisamente affilati.

Trafitto, subisce contrito la pochezza manifesta e si appende alle mie pupille in cerca di una via di scampo che metta al sicuro i suoi perimetri ideologici, come se d'un tratto la ricerca sulla sua natura non fosse proprio la forma della sua sottomissione, destino esaltante, epico persino, perché privo di scappatoie. Ora si agita confuso su quel sedile diventato piccolissimo, al punto di credere di poter barattare una ritirata veloce con la sua residua libertà, costi quel che costi, come se fossero i costi un antidoto al suo genere, come se io non fossi qui proprio per impedirgli di battersela davanti a se stesso o aiutarlo a nascondere al mondo la sua schiavitù, come se non fossi proprio io ad aprire le sue natiche e il suo cervello a chiunque voglia guardarci dentro per piacere, curiosità o scherno. E lui, inerme, lì a goderne soffrendo.

E d'un tratto è chiaro a tutti che proprio di questo si tratta, di un giovane manovale con un cazzo finto che gli vibra dentro e che è seduto proprio là, su quel treno e tra di loro, preso a sudar fuori identità precedenti ormai senza valore e, come se non bastasse l'enormità di una tale rivelazione, su quella fragilità che gli scuote le viscere, quell'operaio non ha alcun controllo.

Mentre l'impossibile giunge in superficie e sfama il pubblico prima incredulo e poi pronto ad esplodere, spengo il dispositivo. Lui espira. Mi guarda grato come se non vedesse le risate soffocate a fatica, i volti rubizzi di scolari increduli, la loro insopprimibile necessità di raccontarlo a tutti, per sempre.

Ma siamo quasi arrivati, con il sopracciglio gli dico di alzarsi, che c'è da scendere. Si alza. E scende.


2o movimento

Non gli era ancora capitato di sedersi sulla tavoletta a svuotarsi mentre un cazzo duro gli veniva infilato in bocca.
La sensazione impossibile di evacuare ed essere riempiti allo stesso tempo, chiudere le palpebre in cerca di concentrazione o magari di ossigeno, la certezza di essere nulla più di un tubo digerente con due ingressi che si aprono o si strizzano l'uno in conseguenza dell'altro, secondo istinti consolidati che saltano dinanzi all'invasore che contrariamente a decenni di utilizzo ora conquista la distanza tra labbra e ugola a colpi di pelvi e si infila poi senza esitazioni ancora oltre, la sua bocca costretta a dilatarsi come mai prima, proprio mentre qualche sfintere più giù il suo intestino rilascia in tazza la privatissima elaborazione del cibo che gli avevo somministrato nelle ultime 48 ore.

Ed è là con la testa schiacciata contro il muro, con il naso affondato nel mio pube, con lo scroto gonfio del suo dominus che gli rimbalza sul mento mentre un glande gli scardina l'esofago, che lui diventa mio in modo definitivo in quanto non più di sé, perché proprio in quel momento, incredulo, dilata gli occhi e mi guarda mentre un orgasmo che non si aspettava monta rapido in luoghi di sé che neppure conosceva ed esplode nel suo piccolo pene in gabbia rilasciando sperma in ogni direzione.

Mi fissa mentre si scuote e trema, mentre le sue gocce raggiungono la tazza e scivolano sui suoi stessi resti, mentre è sorpreso e sfinito, mentre lo penetro senza più ritegno, come una fleshlight qualunque, come se quel pezzo di carne a forma d'umano non fosse altro che quello, scoprendo che proprio di quello si tratta e che allora sfondargli la gola non è che la firma posta in calce ad un attestato di proprietà.

Aspetto a concludere perché sia perfettamente lucido e anorgasmico mentre fatica a respirare e la sua stessa urina gli bagna le cosce, mentre persino adesso non riesce a impedire la violenza che si è tirato addosso ed anzi, finalmente lucido, rimane senza protesta in quello stato di remissiva attesa del mio sperma, e controfirma così l'avvenuto passaggio di proprietà.


3o movimento

Mastica il calzino senza un grugnito, respirando col palato il puzzo che ci ho lasciato dentro. È mio, ora inizia a capire, e mie sono le sue funzioni vitali e i suoi organi di senso, inizia a capire che la pelle non è un confine tra dentro e fuori, perché gli odori che lui sentirà d'ora in poi li sceglierò io. Per un istante mi inquadra con un ghigno caprino scolpito nelle guance che sorridono senza senso.

Gli dò una sberla, senza preavviso, che lo sgonfia per un attimo, ma non coglie l'ammonimento e d'istinto gliene dò un altra, più forte, più secca, che traccia una impronta su mezzo viso.

Smette di masticare, gli occhi schiacciati sotto palpebre semichiuse. Gli mostro il pugno un attimo prima di scagliarlo sulla sua mandibola. Forte, profondo, ma ancora contenuto. Un avvertimento che non può permettersi di ignorare.

Ha smesso di sorridere la merdina, ha ricominciato a manducare diligente il cotone pedale del suo padrone e ora più lo guardo più si apre al mio sguardo, allarga le gambe,

(contin

Tu e tu, e tu ed io

Mi voli sopra le colline e sulla testa come posso averti qui anche solo per un istante a cucire le fessure che mi investono di buio, io che se potessi scioglierei la luce per farci un vestito un cappello un materasso soprattutto, torna quiggiù che io sono in scadenza e prima di aggregarmi in filamenti rosa disgustosi come un probiotico dimenticato all'aria vorrei cavarci almeno i peli, che al destino io non gratti in gola come quei carciofi che t'avo fatto. Torna da me ti prego è così grande questo disagio così largo che non ne trovo il confine, me stesso questa città il paese il mondo, se chiudo gli occhi sparisco nel buio, torna da me che io possa dormire in pace per un attimo prima del sempre.

marzo 21, 2022

Sometimes

Sometimes my mind wanders through the olive leaves, in the hands of a light breeze. Sometimes, a sparrow lands on a leaf, shakes its head and jumps from one branch to the other with sudden, light hints of wings. Sometimes, it gently lands at the foot of the tree, thrusts its head around and then, with a quick move, dives into the air. Sometimes, it takes me with it.