Come quell'uomo che ha spedito lontano le proprie preoccupazioni con lo sguardo sul mare, verso l'orizzonte, fino a vederle piccole, minute, un niente dinanzi all'enormità dell'oceano, che seduto su una spiaggia le ha guardate divenire guizzi al di sopra delle onde, e poi grazia e poi felicità, come umano dolore trasceso nel disegnare gioia sulla fronte del sole, come quell'uomo che dapprima oppresso conquista poi una dimensione nuova grazie a tanta bellezza, sì da perdere la finitezza del proprio corpo per diventare anche lui goccia di mare e spuma bianca, quell'uomo ormai simile a una divinità senza tempo senza luogo che però ecco, invece, senza avviso alcuno, subisce l'offesa improvvisa di un pallone tirato a casaccio da un bamboccio maldestro: d'un tratto la forza del colpo, la sabbia sparata negli occhi e dentro la camicia, le urla di scuse miste a risate di quel ragazzo inconsapevole, tutto in un solo istante lo strappa dalle vastità dell'universo, e si trova a toccarsi la testa colpita mentre la sua anima, che volteggiava a capo d'onda intrecciandosi con le correnti e con il vento, ecco che precipita ben al di sotto della superficie verdeblu, sbigottita dal filo reciso con tanta sgraziata immediatezza, privata di ogni afflato e, ormai contratta, diretta sul fondo dell'abisso a farsi sasso.
Come quell'uomo amore mio guardavo i tuoi volteggi sul palco di quel teatro gremito, perdendomi nelle figure che disegnavi col tuo corpo fatato, quand'eccomi invece con un'acutissima fitta al posteriore, giunta senza avviso, io a tapparmi la bocca con la mano per non dare a quell'agonia la foggia di un pallone sguaiato, riportato così e con violenza dentro me stesso, in un solo istante lontano dall'altrove senza tempo dove la tua danza m'avea condotto, io di nuovo sulla poltroncina sghemba di velluto, e lì ad acconciarmi senza sosta per trovare una posizione priva di dolore e forse chissà capace per questo di riportarmi da te.
Ma fui sfortunato amor mio perché il retto s'era deciso a spararmi sabbia fin dentro la camicia. Ecco perché, mio tutto, non hai visto il tuo babbo applaudirti oggi insieme agli altri genitori, egli era stato aggomitolato dal suo dolore, spinto dalla tua magia a cercare la sua anima ma costretto poi dalla sua temporalità a scivolare nell'abisso come un sasso, con una mano sulle labbra e l'altra sull'ano.
settembre 25, 2026
settembre 23, 2026
Se fosse già domani
Eppure non so voltarmi. Non so mettermi negli occhi gli olivi, la discesa, il mandorlo, e il fico, e poi il tufo e poi il melograno.
C'è il sole che sorge basso: allunga la mia ombra su tutto ciò che è stato. Come potrei guardar là, alle mie spalle? Non domani. Il mio me di allora si trascina via da lì, da qui.
il corpo spezzato prende fiato ad ogni albero che incontra, per fatica, e per nutrire la pelle con un ricordo, anche solo per il tempo di un respiro. Camminare - anche camminare - s'è fatto così difficile.
L'occhio inciampa un'ultima volta sull'impronta del cinghiale, poi sospingo l'involucro grigio sul pietrisco mille volte consumato, lascio qualcosa di me sul fango. Ecco, sì, domani sparisco oltre la collina, vuoto, senza più giorni né memoria. Compiuto.
C'è il sole che sorge basso: allunga la mia ombra su tutto ciò che è stato. Come potrei guardar là, alle mie spalle? Non domani. Il mio me di allora si trascina via da lì, da qui.
il corpo spezzato prende fiato ad ogni albero che incontra, per fatica, e per nutrire la pelle con un ricordo, anche solo per il tempo di un respiro. Camminare - anche camminare - s'è fatto così difficile.
L'occhio inciampa un'ultima volta sull'impronta del cinghiale, poi sospingo l'involucro grigio sul pietrisco mille volte consumato, lascio qualcosa di me sul fango. Ecco, sì, domani sparisco oltre la collina, vuoto, senza più giorni né memoria. Compiuto.
settembre 06, 2026
Fanghina
Co' sto caldo e co' sto secco l'animali l'acqua non ce l'hanno e a sventrà radici pure rimediano poco, i vermi so' duri e le larve so' brunite. Tutt'assomja ai sassi.
Eppoi scesi rosa com'ero a nutrir tafani nel bosco, fino al Rigo giù in basso, che manco più manco grigio è, perché ce' tante foje e niente fiume.
Mi lanciai lassopra spanciandomi di fanghina, e rami e rovi m'infilzonno, di qua e dillà.
Planato, stetti, mentre piccola vita già pizzicavami. E da capo a piedi sonda, e mozzica, e mozzica, e sonda. Sicché svenni solo dopo, cheppoi te a guardamme avresti visto fango e poco d'altro.
Sì, vabbè, forse un'unghia e du' capelli.
Eppoi scesi rosa com'ero a nutrir tafani nel bosco, fino al Rigo giù in basso, che manco più manco grigio è, perché ce' tante foje e niente fiume.
Mi lanciai lassopra spanciandomi di fanghina, e rami e rovi m'infilzonno, di qua e dillà.
Planato, stetti, mentre piccola vita già pizzicavami. E da capo a piedi sonda, e mozzica, e mozzica, e sonda. Sicché svenni solo dopo, cheppoi te a guardamme avresti visto fango e poco d'altro.
Sì, vabbè, forse un'unghia e du' capelli.
agosto 25, 2026
Longe
Vado via Lisbona
I tuoi quartieri alle spalle appena
Le mie lacrime
Vado via Lisbona
Ma
Sul platano rotto dell'avenida della libertà
Tra i mozziconi delle rotaie del ventotto
Sospeso come l'agapanto di Quinta
Incerto dell'agua fria di pietra
Sto
Vado via Lisbona
Alfama lontana ormai
dietro gli occhi chiusi del treno
Vado sai
O mare grigio a scolpire i tuoi ponti
Il sorriso d'un bimbo indiano
Gli occhi di un uomo fragile
Il tuo respiro
Le mille pelli colorate
e l amarelo che non è giallo
e il vermelho che non è rosso
Mentre i piccioni d'Oriente
Pingono di voli cacca e vita vera
La vita tua
I tuoi quartieri alle spalle appena
Le mie lacrime
Vado via Lisbona
Ma
Sul platano rotto dell'avenida della libertà
Tra i mozziconi delle rotaie del ventotto
Sospeso come l'agapanto di Quinta
Incerto dell'agua fria di pietra
Sto
Vado via Lisbona
Alfama lontana ormai
dietro gli occhi chiusi del treno
Vado sai
O mare grigio a scolpire i tuoi ponti
Il sorriso d'un bimbo indiano
Gli occhi di un uomo fragile
Il tuo respiro
Le mille pelli colorate
e l amarelo che non è giallo
e il vermelho che non è rosso
Mentre i piccioni d'Oriente
Pingono di voli cacca e vita vera
La vita tua
agosto 02, 2026
Dall'alba a mezzogiorno
C'è un libro enorme, saran mille pagine almeno. Galleggia sul lago all'alba. L'oche ci passano accanto ma non sembrano notarlo. Allungo le dita, è un volume grosso davvero, e pesante, forse scritto da una penna a sfera. Come mai non è sul fondo? Da dove arriva?
La copertina e la prima pagina son vuote ma altre no, ci sono parole là sopra. Ma non appena lo sollevo per leggerle, quelle s'allungano, ormai liquide scivolano dal bordo, cadono nell'acqua, van giù, perdute. Subito lo rimetto dov'era, e là le parole rimangono, come filigrana zuppa, affiorata, visibile. Cerco di decifrarle, di voltar pagine senza lacerarle, quale mistero lo rende inaffondabile? Ci sono nomi distorti dalle lettere perdute, luoghi che non so e vicende dolorose, ma le parole s'accavallano e mi confondono, una ad una si mischiano sul libro e nella mia testa nell'istante stesso in cui le leggo come se, non appena letta, ogni lettera si decomponesse, pronta a gettarsi nell'acqua, a tentarmi di seguirla nell'oscurità di sotto.
Muovo da un capitolo all'altro, registro ogni tratto ch'io possa, fisso il senso di una storia folle, crudele, degli atti di un uomo, della donna che lo amava, dei figli che avevano avuto. Maledico me stesso per ogni dettaglio che dimentico nell'istante esatto che scivola oltrebordo a sfarsi tra le onde, e la memoria di quell'uomo si sovrappone alla mia per tutto il tempo di mille pagine, di come una donna si caricò delle colpe del marito e di come i figli loro mai seppero.
Ed è la vera storia dunque, la loro storia scritta nientemeno che da quel padre infame e moribondo, riportata pagina dopo pagina per intero, dritta dentro l'inferno.
L'ultima pagina, però, e proprio quella, s'è sbiancata. Di tutte le parole solo una s'è fatta filigrana: "perdono". Ma ecco che mentre la leggo anche quella si stacca dalla carta e si getta tra le onde, a raggiungere così tutte le altre là dove quei ricordi son finiti, tra le dita dei miei piedi. Eccoli là, per un attimo soltanto, e poi non più, inghiottiti dal limo.
D'un tratto quel volume che fu parole è piombo d'acqua, di pensieri e tutto il resto, si piega su se stesso e s'affonda. Subito mi pungono l'occhi gibigiane tra polpastrelli ormai vuoti. Il sole è alto adesso, le oche stan tornando. Il dolore è sepolto. E' ormai un'ora nuova. Vado.
La copertina e la prima pagina son vuote ma altre no, ci sono parole là sopra. Ma non appena lo sollevo per leggerle, quelle s'allungano, ormai liquide scivolano dal bordo, cadono nell'acqua, van giù, perdute. Subito lo rimetto dov'era, e là le parole rimangono, come filigrana zuppa, affiorata, visibile. Cerco di decifrarle, di voltar pagine senza lacerarle, quale mistero lo rende inaffondabile? Ci sono nomi distorti dalle lettere perdute, luoghi che non so e vicende dolorose, ma le parole s'accavallano e mi confondono, una ad una si mischiano sul libro e nella mia testa nell'istante stesso in cui le leggo come se, non appena letta, ogni lettera si decomponesse, pronta a gettarsi nell'acqua, a tentarmi di seguirla nell'oscurità di sotto.
Muovo da un capitolo all'altro, registro ogni tratto ch'io possa, fisso il senso di una storia folle, crudele, degli atti di un uomo, della donna che lo amava, dei figli che avevano avuto. Maledico me stesso per ogni dettaglio che dimentico nell'istante esatto che scivola oltrebordo a sfarsi tra le onde, e la memoria di quell'uomo si sovrappone alla mia per tutto il tempo di mille pagine, di come una donna si caricò delle colpe del marito e di come i figli loro mai seppero.
Ed è la vera storia dunque, la loro storia scritta nientemeno che da quel padre infame e moribondo, riportata pagina dopo pagina per intero, dritta dentro l'inferno.
L'ultima pagina, però, e proprio quella, s'è sbiancata. Di tutte le parole solo una s'è fatta filigrana: "perdono". Ma ecco che mentre la leggo anche quella si stacca dalla carta e si getta tra le onde, a raggiungere così tutte le altre là dove quei ricordi son finiti, tra le dita dei miei piedi. Eccoli là, per un attimo soltanto, e poi non più, inghiottiti dal limo.
D'un tratto quel volume che fu parole è piombo d'acqua, di pensieri e tutto il resto, si piega su se stesso e s'affonda. Subito mi pungono l'occhi gibigiane tra polpastrelli ormai vuoti. Il sole è alto adesso, le oche stan tornando. Il dolore è sepolto. E' ormai un'ora nuova. Vado.
luglio 26, 2026
Il maratoneta
Se esco adesso in un secondo avrô fatto mezzo passo e due secondi dopo saranno tre e siccome insisto mi s'allungano i venti metri cento e i mille, tutti insieme e uno per volta, ecco finiranno sotto i piedi e di più di più finché uno di dieci e cinque di cento chilometri, tutti di sole o soli di notte, con tutti quei secondi sudati addosso ecco la vedo, ecco la tocco, ecco la tastiera per aprire la porta di casa tua.
Finalmente.
M'asciugo dal fazzoletto zuppo e digito.
Dieci sette ventitre, due, quarantotto.
Beh? Perché non t'apri? Il pin è giusto, cosa osta amore mio? Perché non fai tlàc?
Finalmente.
M'asciugo dal fazzoletto zuppo e digito.
Dieci sette ventitre, due, quarantotto.
Beh? Perché non t'apri? Il pin è giusto, cosa osta amore mio? Perché non fai tlàc?
luglio 20, 2026
Al crepuscolo
Le cicale tutte insieme cessano di rincojonire il bosco mentr’io volgo le chiappe alle Culex e la prora al venticello.
Quello risale tra le querce così lento, s’imbarba su ogni foglia, calderrimo come il giorno che fu, come la notte che sarà.
Venite qui, zanzaroni, pascetevi con le vostre mascelle, mandibole, labra e ipofaringi, infilatevi in ogni poro!
Ce n’è, sapete? Per milioni di voi e miliardi di noi. Che possa io darvi tutto il mio sangue finché ancora scorre.
Dove andate? Accorrete, sciocche culicidi!
Il tempo stringe: domani all’alba sarò pietra io e sabbia rossa lui.
Quello risale tra le querce così lento, s’imbarba su ogni foglia, calderrimo come il giorno che fu, come la notte che sarà.
Venite qui, zanzaroni, pascetevi con le vostre mascelle, mandibole, labra e ipofaringi, infilatevi in ogni poro!
Ce n’è, sapete? Per milioni di voi e miliardi di noi. Che possa io darvi tutto il mio sangue finché ancora scorre.
Dove andate? Accorrete, sciocche culicidi!
Il tempo stringe: domani all’alba sarò pietra io e sabbia rossa lui.
giugno 23, 2026
Corpo vecchio di sei anni ormai
Siamo biodegradabili noialtri.
E dacché son morto da lungo tempo, vi dico che guardo quel mucchietto di me senza spavento alcuno.
Il compost prodotto da batteri anaerobi, calliforidi, saprofagi, muscidi e fannidi, ecco il mio contributo.
Gli acari portano su di sé il senso del mondo. Io mi esaurisco felice.
E dacché son morto da lungo tempo, vi dico che guardo quel mucchietto di me senza spavento alcuno.
Il compost prodotto da batteri anaerobi, calliforidi, saprofagi, muscidi e fannidi, ecco il mio contributo.
Gli acari portano su di sé il senso del mondo. Io mi esaurisco felice.
giugno 16, 2026
La leggenda del signor Boh
La Cronaca di Qui racconta che in quel giorno di quell'anno il signor Boh si fosse stufato di aspettare Comesi, la moglie.
Lo aveva piantato di buon mattino mentre lui ancora si frugava nelle braghe ed era uscita per andare al mercato. Ormai eran quasi due ore e il signor Boh non era certo tipo da ammuffire tra quattro pareti. Nossignore, non quando fuori c'era il primo Sole stanarettili della primavera. Già sapeva, il signor Boh, che attardandosi tra verze e finocchi la moglie doveva aver finito per incontrare qualcuno, Chissachi o Chilaconosce di sicuro, finendo per dimenticarsi di lui. Alla sua età qualefosse, il signor Boh aveva stabilito che nessuno a parte lui avrebbe mai più deciso del proprio tempo, neppure la moglie. Quindi uscì e sarebbe rientrato solo quando l'ispirazione, la fatica o lo stomaco lo avessero risospinto verso casa.
Dicono che quella mattina si fosse fermato al bar come sempre e che poi, già verso ora di pranzo, si fosse diretto per una passeggiata sulla sterrata di Belposto, dove aveva incrociato e salutato con un gran sorriso la giovine Chimaisara, la maggiore delle figlie di Quellola. E fu l'ultima volta che venne avvistato nel territorio di Qui.
Di lui non abbiamo avuto altre notizie negli ultimi tre anni. Dato per disperso, è stato cercato da tutti, dalla televisione e anche dalle forze dell'ordine ma niente, del signor Boh si è persa ogni traccia. Persino Comesi col tempo ha dovuto farsi una ragione dell'accaduto e iniziare ad incassare la pensione di reversibilità.
Tutto ha taciuto fino a questo pomeriggio, quando il signor Machiè è tornato da una escursione all'isola Bisencosa nel lago di Mandosta, con notizie talmente straordinarie da avermi indotto ad aggiornare la Cronaca.
"Ci stavamo godendo il sole - ha raccontato Machiè al bar - quand'ecco che mi si para davanti, non vi dico chi.. Non ci potevo credere..." - "Dicci dicci" - chiedevano gli occhi le bocche e le orecchie di tutti - "dicci che non stiamo più nella pelle" - "Beh a pochi passi dalle mie figlie" (e qui Machiè ha fatto roteare le pupille cilestri così in alto in basso a destra e sinistra da quasi nasconderle, per essere sicuro che a nessuno sfuggisse l'enormità a cui aveva assistito) "c'era nientepopodimeno che il signor Boh". "Nooo, non è possibile" - dicevano più o meno tutti con grugniti, movimenti del corpo, mani alzate - "E' morto da anni" - dichiorno. "Te lo sei sognato" - sdissero.
Lo aveva piantato di buon mattino mentre lui ancora si frugava nelle braghe ed era uscita per andare al mercato. Ormai eran quasi due ore e il signor Boh non era certo tipo da ammuffire tra quattro pareti. Nossignore, non quando fuori c'era il primo Sole stanarettili della primavera. Già sapeva, il signor Boh, che attardandosi tra verze e finocchi la moglie doveva aver finito per incontrare qualcuno, Chissachi o Chilaconosce di sicuro, finendo per dimenticarsi di lui. Alla sua età qualefosse, il signor Boh aveva stabilito che nessuno a parte lui avrebbe mai più deciso del proprio tempo, neppure la moglie. Quindi uscì e sarebbe rientrato solo quando l'ispirazione, la fatica o lo stomaco lo avessero risospinto verso casa.
Dicono che quella mattina si fosse fermato al bar come sempre e che poi, già verso ora di pranzo, si fosse diretto per una passeggiata sulla sterrata di Belposto, dove aveva incrociato e salutato con un gran sorriso la giovine Chimaisara, la maggiore delle figlie di Quellola. E fu l'ultima volta che venne avvistato nel territorio di Qui.
Di lui non abbiamo avuto altre notizie negli ultimi tre anni. Dato per disperso, è stato cercato da tutti, dalla televisione e anche dalle forze dell'ordine ma niente, del signor Boh si è persa ogni traccia. Persino Comesi col tempo ha dovuto farsi una ragione dell'accaduto e iniziare ad incassare la pensione di reversibilità.
Tutto ha taciuto fino a questo pomeriggio, quando il signor Machiè è tornato da una escursione all'isola Bisencosa nel lago di Mandosta, con notizie talmente straordinarie da avermi indotto ad aggiornare la Cronaca.
"Ci stavamo godendo il sole - ha raccontato Machiè al bar - quand'ecco che mi si para davanti, non vi dico chi.. Non ci potevo credere..." - "Dicci dicci" - chiedevano gli occhi le bocche e le orecchie di tutti - "dicci che non stiamo più nella pelle" - "Beh a pochi passi dalle mie figlie" (e qui Machiè ha fatto roteare le pupille cilestri così in alto in basso a destra e sinistra da quasi nasconderle, per essere sicuro che a nessuno sfuggisse l'enormità a cui aveva assistito) "c'era nientepopodimeno che il signor Boh". "Nooo, non è possibile" - dicevano più o meno tutti con grugniti, movimenti del corpo, mani alzate - "E' morto da anni" - dichiorno. "Te lo sei sognato" - sdissero.
giugno 15, 2026
Ci siamo
---Commissariato Burette. La task force
Sì sì, il popolo del fango. Non sappiamo niente di loro, zero totale. Appaiono senza preavviso. L'ultimo episodio è stata una fermata del bus regionale sulla Costa Verde. Almeno trenta persone.
- Che sappiamo di come agiscono?
Abbiamo una teoria. Che siano scavatori eccezionali, capaci di costruire in tempi rapidissimi reti di cunicoli nella terra umida, tunnel strettissimi, invisibili, come buchi di fango.
- Ma perché?
Ci si nascondono dentro, nella terra. Aspettano le loro vittime e poi agiscono con una velocità impressionante. Si crede che non emergano neppure, nessuno li ha mai visti. Afferrano le vittime per i piedi e in un attimo vengono trascinate di sotto, spariscono nel fango, letteralmente. Di loro non sappiamo più nulla. Non lasciano tracce, e comunque niente di utile per identificarli.
- Trenta persone...
Ci hanno messo pochissimo, forse poco più di un minuto. Lo chiamano "il fango con le mani". Non lasciano scampo. Li han presi tutti. Pensiamo sapessero quanti sarebbero stati a quella fermata dell'autobus, in quale momento, e si sono preparati, magari da giorni.
- Che ci fanno con i rapiti?
Non sappiamo nulla. Non sappiamo cosa li spinge, non sappiamo che fine facciano le loro vittime. Sappiamo che non lasciano tracce utili. Molti dei rapiti, beh sappiamo chi siano, ormai parliamo di diverse centinaia di persone, insomma non sono mai riapparsi. Spariti nel fango, letteralmente.
--- Costa Verde, fermata del bus regionale
(Non può essere una mano. Cavolo sembra proprio una mano. Magari sono dei sassi. Dovrei avvertire qualcuno. Ma non è una mano, ti pare? Certo con questa pioggia si dev'essere mosso di tutto qua intorno. Sì forse è organico, ma non mi pare una mano, è sicuramente vegetazione. Ma non è che l'autobus è in ritardo anche oggi no? Ah no, eccolo, era ora.)
"Ma..? Cosa? Aiu- "
(oddio! aiuto! non vedo nulla, ci sono due mani che mi stringono le caviglie, vengo trascinato sottoterra, scivolo giù, mi fanno scivolare giù. sto passando attraverso un cunicolo stretto, ho la faccia immersa nel fango, tutto immerso nel fango, mi sento immobilizzato dalla paura)
--- a casa loro
(devo essere svenuto. ma dove sono? ho una benda sugli occhi, intravedo forse della luce. sì, ci dev'essere molta luce. sento lamenti. gente che piange. che tossisce. sono tanti. siamo tanti. dove sono finito? qualcuno mi ha legato le mani, i piedi, ma perché? che succede?)
(c'è come un'eco... forse è un capannone, un magazzino? sì forse sì, un ambiente molto grande sicuramente. c'è una umidità pazzesca. dove sono? ci hanno rapito? ci uccideranno? mi sento debolissimo. forse mi sto adattando all'adrenalina)
* Prendiamo quello là, quello grosso. Sì quello là.
(ma che stanno facendo? dev'essere una stanza molto grande. ce l'hanno con qualcuno accanto a me? ma quanti sono? quanti siamo? perché? devo ragionare. devo respirare, mantenere la calma, capire che succede)
(ma che volete? lasciatemi stare! non riesco a parlare, non riesco nemmeno ad emettere suoni. mi afferrano, ma che vogliono?)
** Si sta svegliando.
* E' andata bene, guarda quanta ciccia.
** Sì sì, ma è tutto grasso alla fine.
* Il grasso è buono però.
(cosa? ma che dicono? mi hanno tolto i vestiti, mi hanno legato, se almeno potessi parlare! ma parlano di me? perché mi tastano? cosa vogliono? aiuto! basta! basta! quelle mani, cosa vogliono da me? perché mi tastano dappertutto? anche il pisello, le palle, ma che vogliono? lasciatemi stare!)
* Da dove iniziamo?
** Io andrei col culo, bello rotondo, bello grosso.
* Ha dei bei polpaccetti però eh, hai visto? Qui c'è tanto muscolo oltre alla ciccia eh.
** Sì, stavo notando anche io, forse è la parte migliore.
* Iniziamo da lì dai.
** Ma guarda anche che bei coglioni che ha.
* Anche quell'uccellino promette bene.
** Passami quello là. No, non questo. Quello corto, con la punta a esse.
(mi divincolo, cerco di allontanarmi strisciando sul sedere. sento delle persone dietro di me. vi prego. no, vi prego. mi bloccano la retromarcia. ora ci sono mani sulle mie ginocchia. lasciatemi andare vi prego, no! no! mi allargano le gambe. non farlo! no! no! vi prego!)
Sì sì, il popolo del fango. Non sappiamo niente di loro, zero totale. Appaiono senza preavviso. L'ultimo episodio è stata una fermata del bus regionale sulla Costa Verde. Almeno trenta persone.
- Che sappiamo di come agiscono?
Abbiamo una teoria. Che siano scavatori eccezionali, capaci di costruire in tempi rapidissimi reti di cunicoli nella terra umida, tunnel strettissimi, invisibili, come buchi di fango.
- Ma perché?
Ci si nascondono dentro, nella terra. Aspettano le loro vittime e poi agiscono con una velocità impressionante. Si crede che non emergano neppure, nessuno li ha mai visti. Afferrano le vittime per i piedi e in un attimo vengono trascinate di sotto, spariscono nel fango, letteralmente. Di loro non sappiamo più nulla. Non lasciano tracce, e comunque niente di utile per identificarli.
- Trenta persone...
Ci hanno messo pochissimo, forse poco più di un minuto. Lo chiamano "il fango con le mani". Non lasciano scampo. Li han presi tutti. Pensiamo sapessero quanti sarebbero stati a quella fermata dell'autobus, in quale momento, e si sono preparati, magari da giorni.
- Che ci fanno con i rapiti?
Non sappiamo nulla. Non sappiamo cosa li spinge, non sappiamo che fine facciano le loro vittime. Sappiamo che non lasciano tracce utili. Molti dei rapiti, beh sappiamo chi siano, ormai parliamo di diverse centinaia di persone, insomma non sono mai riapparsi. Spariti nel fango, letteralmente.
--- Costa Verde, fermata del bus regionale
(Non può essere una mano. Cavolo sembra proprio una mano. Magari sono dei sassi. Dovrei avvertire qualcuno. Ma non è una mano, ti pare? Certo con questa pioggia si dev'essere mosso di tutto qua intorno. Sì forse è organico, ma non mi pare una mano, è sicuramente vegetazione. Ma non è che l'autobus è in ritardo anche oggi no? Ah no, eccolo, era ora.)
"Ma..? Cosa? Aiu- "
(oddio! aiuto! non vedo nulla, ci sono due mani che mi stringono le caviglie, vengo trascinato sottoterra, scivolo giù, mi fanno scivolare giù. sto passando attraverso un cunicolo stretto, ho la faccia immersa nel fango, tutto immerso nel fango, mi sento immobilizzato dalla paura)
--- a casa loro
(devo essere svenuto. ma dove sono? ho una benda sugli occhi, intravedo forse della luce. sì, ci dev'essere molta luce. sento lamenti. gente che piange. che tossisce. sono tanti. siamo tanti. dove sono finito? qualcuno mi ha legato le mani, i piedi, ma perché? che succede?)
(c'è come un'eco... forse è un capannone, un magazzino? sì forse sì, un ambiente molto grande sicuramente. c'è una umidità pazzesca. dove sono? ci hanno rapito? ci uccideranno? mi sento debolissimo. forse mi sto adattando all'adrenalina)
* Prendiamo quello là, quello grosso. Sì quello là.
(ma che stanno facendo? dev'essere una stanza molto grande. ce l'hanno con qualcuno accanto a me? ma quanti sono? quanti siamo? perché? devo ragionare. devo respirare, mantenere la calma, capire che succede)
(ma che volete? lasciatemi stare! non riesco a parlare, non riesco nemmeno ad emettere suoni. mi afferrano, ma che vogliono?)
** Si sta svegliando.
* E' andata bene, guarda quanta ciccia.
** Sì sì, ma è tutto grasso alla fine.
* Il grasso è buono però.
(cosa? ma che dicono? mi hanno tolto i vestiti, mi hanno legato, se almeno potessi parlare! ma parlano di me? perché mi tastano? cosa vogliono? aiuto! basta! basta! quelle mani, cosa vogliono da me? perché mi tastano dappertutto? anche il pisello, le palle, ma che vogliono? lasciatemi stare!)
* Da dove iniziamo?
** Io andrei col culo, bello rotondo, bello grosso.
* Ha dei bei polpaccetti però eh, hai visto? Qui c'è tanto muscolo oltre alla ciccia eh.
** Sì, stavo notando anche io, forse è la parte migliore.
* Iniziamo da lì dai.
** Ma guarda anche che bei coglioni che ha.
* Anche quell'uccellino promette bene.
** Passami quello là. No, non questo. Quello corto, con la punta a esse.
(mi divincolo, cerco di allontanarmi strisciando sul sedere. sento delle persone dietro di me. vi prego. no, vi prego. mi bloccano la retromarcia. ora ci sono mani sulle mie ginocchia. lasciatemi andare vi prego, no! no! mi allargano le gambe. non farlo! no! no! vi prego!)
giugno 06, 2026
Qui, in Paradiso
(clicca per ascoltare il post)
C'è un'aria che inizia con un movimento lento e che poi, per un istante, è disturbata da un rapido clangore di metallo, che da solo cambia per un attimo e per sempre i colori del mondo. Oggi qui è stata una mosca a dipingere con un ronzio rapidissimo le fronde degli olivi al vento, così inatteso e opportuno da svuotarmi il cuore di ogni domanda. E ora c'è un merlo che getta i miei pensieri sotto la luce del giorno, e il sole li prende e li sfarina, uno appresso all'altro, fino a renderli polvere. E tutti quei verdi che si muovono lenti, ecco, quelli stan lì a creare spazi nuovi dentro di me, proprio qui, in Paradiso.
maggio 27, 2026
Zi'
Vorrei essere il panno che scivola sulla tua signora, e il granello di polvere che ho trascurato, e l'imperfezione che nutre la sua ceramica. Vorrei colarmi addosso come quel collo affusolato, e poggiarmi la testa tra quelle tette materne, e vedermi vedere ancora le tue parole riformare il mondo.
Vorrei diluirmi nel lago, ed essere plancton sinché il coregone mi digerisca, che finisca poi a decompormi sul fondale e che quell'azzurro misto nebbia sulla tua tela sia un po' anche l'azzurro mio.
Vorrei diluirmi nel lago, ed essere plancton sinché il coregone mi digerisca, che finisca poi a decompormi sul fondale e che quell'azzurro misto nebbia sulla tua tela sia un po' anche l'azzurro mio.
maggio 11, 2026
Cambogia
Mami mami!
- Che c'è tesoro?
C'è papà in televisione
- Eh?
E' papi!
- Gilbertina, quello non è tuo padre
Mamma ma che dici, è lui, lo vedi
- No figlia mia, quello è Antioco, suo fratello gemello
Ma papà non ha fratelli e quello comunque è lui
- Sì che ce l'ha, e quello è Antioco
Mamma ma è papà
- No tesoro di mamma
Ma mamma quella è la camicia che gli hai stirato stamattina, i pantaloni, ha pure il cappello che gli abbiamo regalato al suo compleanno!
- Sì, ad Antioco
Ettore, mamma, si chiama Ettore e lo hai sposato vent'anni fa, quando sei rimasta incinta di me
- Sedici tesoro, tu avevi quattro anni
Mamma non hai bevuto?
- No, tesoro, ma non sapevo come dirtelo, quando, e ora te lo sto dicendo, non so cosa mi abbia preso
Ma cosa stai dicendo? Mamma vaneggi?
- No amore mio, almeno credo
Perché lo chiami Antioco?
- Perché è il suo nome, il nome di tuo zio, di mio marito, ma l'ho chiamato Ettore per decenni
E papà? Scusa ma papà allora?
- Cosa?
Che fine ha fatto?
- Non lo so amore caro, sono così tanti anni che non ne ho più notizia. E' partito, andava in Cambogia per non so quale progetto, non è più tornato
Ma cosa mi stai dicendo mamma? Papà è morto?
- No, sa badare al fatto suo, starà facendo del bene da qualche parte sai, magari gli intitoleranno una via, o gli faranno una statua quando non ci sarà più. Ma che sto dicendo?
Mamma sei di fuori, di nuovo
- Mannò Ernestina che dici?
Mamma mi chiamo Gilberta
- Oddio che nome poverina, e chi te lo ha messo?
Voi mamma
- Noi chi?
Tu e papà, Ettore
- E chi è Ettore?
Mamma?
- Mamma? Ma chi è lei?
Hai preso le tue pillole?
- Ma chi sei? Che ci fai in casa mia? Aiuto!
Mami prendi le pillole
- Aiuto una ladra! Mi vuole drogare aiuto, aiuto!
Mamma chiudi la finestra farai venire i vicini, dai su prendi queste pillole vedrai che poi... E ora chi è che suona alla porta?
- Aiuto! Aiuto!
O Dio mio aiutami tu. Chi è?
* Sono Marzio, il vicino della signora
Buongiorno
* Ho sentito gridare e...
Sì mia madre, si sente male
* Ma lei chi è?
La figlia, Gilberta, ci siamo visti cento volte
* Mai. La signora non ha figli, non ne ha potuti avere poverina. Sarà mica una di quelle che rubano ai vecchi soli?
Ehi Marzio, sono Gilberta, ricordi? Vengo tutte le domeniche a pranzo, si ricorda che le ho portato una pianta la scorsa settimana? E mi ha pure chiesto di uscire insieme?
* Ma figuriamoci, me lo ricorderei. Io non la conosco, ora chiamo la polizia
- Ohh grazie a Dio, grazie
Mamma la smetti? Mami? Mami non mi riconosci più? Mamma? Mi senti?
- Aiuto! Aiuto!
* Si calmi signora, mi han detto che saranno qui in pochi minuti
Bene va, almeno potrò spiegare
• Che succede qui?
Agente, mia madre non mi riconosce più, il vicino qui finge di non ricordarsi di me, mia madre ha dei problemi di memoria, se non prende le sue pillole..
- Aiuto! Aiuto!
• Signora si calmi, siam qui noi. E lei, signorina, ce l'ha un documento?
Sembra un incubo. Ecco la patente
• Dice di essere la figlia?
Non dico. Io sono la figlia
• La signora dice di no, e il vicino non l'ha mai vista
Guardi non so cosa succede
• Ci segua in centrale, faremo dei controlli
Ci vorrà molto? Mia madre deve prendere le pillole
• Nel caso la riaccompagniamo noi, non si preoccupi. Ecco signora ha visto? La portiamo via
- Ohh, Dio vi benedica
* Signora ora sta meglio? Sono andati via
- E lei chi è?
* Il suo vicino
- Il vicino di chi?
* Abito qui accanto, non ricorda?
- Ma non l'ho mai vista, come si chiama?
* Mi chiamo... mi chiamo.. oddio non ricordo come mi chiamo. Lei come si chiama?
- Credo che abbia detto di chiamarsi Fabrizia
* No, non la ladra, lei lei dico
- Gilberta, credo
* Piacere, io ora ricordo, mi chiamo Ettore
- Sicuro? Non si chiama Antioco?
* No. Ettore.
- Questo nome mi dice qualcosa. Ma da quando abita qui?
* Da dieci anni, da quando son tornato dalla Cambogia.
- Anche il mio ex marito era andato in Cambogia, ma non è più tornato.
* E come si chiamava?
- Marzio.
* Ahhh. Pensi che io sono dieci anni che cerco mia moglie e mia figlia, ma ormai ho perso le speranze. Quando tornai dalla Cambogia erano sparite nel nulla.
- Oh che tragedia poverino, e come si chiamavano?
* Ernestina e Fabrizia
- Ahh poverino. Venga, le offro un té così mi racconta della Cambogia, chissà che non abbia incontrato il mio ex marito laggiù. Venga venga.
- Che c'è tesoro?
C'è papà in televisione
- Eh?
E' papi!
- Gilbertina, quello non è tuo padre
Mamma ma che dici, è lui, lo vedi
- No figlia mia, quello è Antioco, suo fratello gemello
Ma papà non ha fratelli e quello comunque è lui
- Sì che ce l'ha, e quello è Antioco
Mamma ma è papà
- No tesoro di mamma
Ma mamma quella è la camicia che gli hai stirato stamattina, i pantaloni, ha pure il cappello che gli abbiamo regalato al suo compleanno!
- Sì, ad Antioco
Ettore, mamma, si chiama Ettore e lo hai sposato vent'anni fa, quando sei rimasta incinta di me
- Sedici tesoro, tu avevi quattro anni
Mamma non hai bevuto?
- No, tesoro, ma non sapevo come dirtelo, quando, e ora te lo sto dicendo, non so cosa mi abbia preso
Ma cosa stai dicendo? Mamma vaneggi?
- No amore mio, almeno credo
Perché lo chiami Antioco?
- Perché è il suo nome, il nome di tuo zio, di mio marito, ma l'ho chiamato Ettore per decenni
E papà? Scusa ma papà allora?
- Cosa?
Che fine ha fatto?
- Non lo so amore caro, sono così tanti anni che non ne ho più notizia. E' partito, andava in Cambogia per non so quale progetto, non è più tornato
Ma cosa mi stai dicendo mamma? Papà è morto?
- No, sa badare al fatto suo, starà facendo del bene da qualche parte sai, magari gli intitoleranno una via, o gli faranno una statua quando non ci sarà più. Ma che sto dicendo?
Mamma sei di fuori, di nuovo
- Mannò Ernestina che dici?
Mamma mi chiamo Gilberta
- Oddio che nome poverina, e chi te lo ha messo?
Voi mamma
- Noi chi?
Tu e papà, Ettore
- E chi è Ettore?
Mamma?
- Mamma? Ma chi è lei?
Hai preso le tue pillole?
- Ma chi sei? Che ci fai in casa mia? Aiuto!
Mami prendi le pillole
- Aiuto una ladra! Mi vuole drogare aiuto, aiuto!
Mamma chiudi la finestra farai venire i vicini, dai su prendi queste pillole vedrai che poi... E ora chi è che suona alla porta?
- Aiuto! Aiuto!
O Dio mio aiutami tu. Chi è?
* Sono Marzio, il vicino della signora
Buongiorno
* Ho sentito gridare e...
Sì mia madre, si sente male
* Ma lei chi è?
La figlia, Gilberta, ci siamo visti cento volte
* Mai. La signora non ha figli, non ne ha potuti avere poverina. Sarà mica una di quelle che rubano ai vecchi soli?
Ehi Marzio, sono Gilberta, ricordi? Vengo tutte le domeniche a pranzo, si ricorda che le ho portato una pianta la scorsa settimana? E mi ha pure chiesto di uscire insieme?
* Ma figuriamoci, me lo ricorderei. Io non la conosco, ora chiamo la polizia
- Ohh grazie a Dio, grazie
Mamma la smetti? Mami? Mami non mi riconosci più? Mamma? Mi senti?
- Aiuto! Aiuto!
* Si calmi signora, mi han detto che saranno qui in pochi minuti
Bene va, almeno potrò spiegare
• Che succede qui?
Agente, mia madre non mi riconosce più, il vicino qui finge di non ricordarsi di me, mia madre ha dei problemi di memoria, se non prende le sue pillole..
- Aiuto! Aiuto!
• Signora si calmi, siam qui noi. E lei, signorina, ce l'ha un documento?
Sembra un incubo. Ecco la patente
• Dice di essere la figlia?
Non dico. Io sono la figlia
• La signora dice di no, e il vicino non l'ha mai vista
Guardi non so cosa succede
• Ci segua in centrale, faremo dei controlli
Ci vorrà molto? Mia madre deve prendere le pillole
• Nel caso la riaccompagniamo noi, non si preoccupi. Ecco signora ha visto? La portiamo via
- Ohh, Dio vi benedica
* Signora ora sta meglio? Sono andati via
- E lei chi è?
* Il suo vicino
- Il vicino di chi?
* Abito qui accanto, non ricorda?
- Ma non l'ho mai vista, come si chiama?
* Mi chiamo... mi chiamo.. oddio non ricordo come mi chiamo. Lei come si chiama?
- Credo che abbia detto di chiamarsi Fabrizia
* No, non la ladra, lei lei dico
- Gilberta, credo
* Piacere, io ora ricordo, mi chiamo Ettore
- Sicuro? Non si chiama Antioco?
* No. Ettore.
- Questo nome mi dice qualcosa. Ma da quando abita qui?
* Da dieci anni, da quando son tornato dalla Cambogia.
- Anche il mio ex marito era andato in Cambogia, ma non è più tornato.
* E come si chiamava?
- Marzio.
* Ahhh. Pensi che io sono dieci anni che cerco mia moglie e mia figlia, ma ormai ho perso le speranze. Quando tornai dalla Cambogia erano sparite nel nulla.
- Oh che tragedia poverino, e come si chiamavano?
* Ernestina e Fabrizia
- Ahh poverino. Venga, le offro un té così mi racconta della Cambogia, chissà che non abbia incontrato il mio ex marito laggiù. Venga venga.
maggio 08, 2026
Le briciole
Ecco, persa la lingua perso il senno, finquando quel richiamo ha interrotto il mio crollo personale. Non un gemito a caso ma il suono di uno sforzo, quel colpo di reni che produce un suono grave eppure pietoso, non cattivo, ecco quel grugnito addolorato mi era giunto così, umido, come dall'erba che calpesti tu e che io vedo a testa sotto, tuo pavimento mio cielo, e hai trapassato così quel confine contro cui le parole sono morte, aggregati di lettere, nient'altro.
La verità sembra verità quando viene dal profondo quando si proietta dallo stomaco al mondo, un innesco primordiale, una dichiarazione di principio, una presenza senza tempo.
Quello siamo, e sono anch'io, come un fulmine mi sei piombato addosso, bruciando dall'amigdala in giu il capoverso, lasciando su quella parte di me la tua impronta completa, un assaggio di quel che ero e pochissimo di quel che sono.
Ecco, ora mi guardi dall'oltre dell'erba capovolta attraverso il riflesso di te, coi tuoi piedi sulla mia testa, i tuoi occhi che non mi vedono e la bocca ancora aperta, appena, dopo quello sforzo.
La tua mano mi raggiunge, sono più piccolo di un tempo, e mi contiene tornita di rugiada e sporca di terra, fredda, persino così quelle tue dita su di me adesso beh son belle dolci e morbide.
Mi sei addosso mentre mi trascini nel tuo universo, sono un sacco che si sgonfia per passare da un buco nero piccolissimo, e si rigonfia subito dopo, come se ci fosse davvero aria là sotto sufficiente a insufflarti dentro la vita. Così ti sorrido, perché tra le dita dei tuoi piedi sbriciolano lettere cadute di sotto mentre le tue labbra si posano sulle mie. Spingono da dentro e in su decadi di ricovero da trauma, caos mescolato all'uva passa succhiata adagio, e ai pinoli che ho masticati, le vedo dall'altro lato ormai, al contrario e in chiaroscuro, da là sotto risalgono al crasso poi allo stomaco e poi spingono ancora, si smontano ancor prima di superare l'orofaringe, perché non han più scopo mentre quel tuo gemito lo pronunci di nuovo, stavolta senza suono, come se fosse il gesto del tuo mento tutto ciò che serve a provarmi che ci sei.
Nella nebbia ora ci sono i tuoi occhi che mi galleggiano addosso mentre ti stringo cadiamo insieme affondiamo nell'umido vapore che tutto il mondo regge.
Siam passati da qui a lì tu tirandomi su con la mano e io abbandonandomi come due cani che non han bisogno di temersi: l'erba è zuppa e il nuovo sole spalmerà la nebbia sopra a tutti i fili d'erba, e su quelle nuvole saliremo e sarai felice di certo e di certo lo saremo di nuovo tutti.
La verità sembra verità quando viene dal profondo quando si proietta dallo stomaco al mondo, un innesco primordiale, una dichiarazione di principio, una presenza senza tempo.
Quello siamo, e sono anch'io, come un fulmine mi sei piombato addosso, bruciando dall'amigdala in giu il capoverso, lasciando su quella parte di me la tua impronta completa, un assaggio di quel che ero e pochissimo di quel che sono.
Ecco, ora mi guardi dall'oltre dell'erba capovolta attraverso il riflesso di te, coi tuoi piedi sulla mia testa, i tuoi occhi che non mi vedono e la bocca ancora aperta, appena, dopo quello sforzo.
La tua mano mi raggiunge, sono più piccolo di un tempo, e mi contiene tornita di rugiada e sporca di terra, fredda, persino così quelle tue dita su di me adesso beh son belle dolci e morbide.
Mi sei addosso mentre mi trascini nel tuo universo, sono un sacco che si sgonfia per passare da un buco nero piccolissimo, e si rigonfia subito dopo, come se ci fosse davvero aria là sotto sufficiente a insufflarti dentro la vita. Così ti sorrido, perché tra le dita dei tuoi piedi sbriciolano lettere cadute di sotto mentre le tue labbra si posano sulle mie. Spingono da dentro e in su decadi di ricovero da trauma, caos mescolato all'uva passa succhiata adagio, e ai pinoli che ho masticati, le vedo dall'altro lato ormai, al contrario e in chiaroscuro, da là sotto risalgono al crasso poi allo stomaco e poi spingono ancora, si smontano ancor prima di superare l'orofaringe, perché non han più scopo mentre quel tuo gemito lo pronunci di nuovo, stavolta senza suono, come se fosse il gesto del tuo mento tutto ciò che serve a provarmi che ci sei.
Nella nebbia ora ci sono i tuoi occhi che mi galleggiano addosso mentre ti stringo cadiamo insieme affondiamo nell'umido vapore che tutto il mondo regge.
Siam passati da qui a lì tu tirandomi su con la mano e io abbandonandomi come due cani che non han bisogno di temersi: l'erba è zuppa e il nuovo sole spalmerà la nebbia sopra a tutti i fili d'erba, e su quelle nuvole saliremo e sarai felice di certo e di certo lo saremo di nuovo tutti.
dicembre 26, 2025
Piove sai
Tra tue colline profumate scorre il fiume mio.
Guardati, come potrei mai lasciarle?
Cosa crescerebbe nel cuore se strappo via giunco e marasche?
E questo cazzo enorme, cosa dovrei farci?
Corro al sovescio seduto sul diesel. A ogni zolla sobbalzo, e grugno per i pensieri tuoi, e i miei.
Con te lontano la terra avrà aria soltanto. È questo che ci aspetta? Come ci nutriremo?
Lascia invece che ti segua nell'erba, che ti fiuti come un elefante cieco, che sia il mio avorio ad affondare le tue morbidezze.
Non vedi? L'aurora già scappa il cinghiale, l'acqua s'accorge di noi, ti sfiora, anche lei felice di bagnarti.
Gli uccelli cantano, è giorno di nuovo, la campagna s'abbraccia. Finalmente zuppi ci baciamo.
Guardati, come potrei mai lasciarle?
Cosa crescerebbe nel cuore se strappo via giunco e marasche?
E questo cazzo enorme, cosa dovrei farci?
Corro al sovescio seduto sul diesel. A ogni zolla sobbalzo, e grugno per i pensieri tuoi, e i miei.
Con te lontano la terra avrà aria soltanto. È questo che ci aspetta? Come ci nutriremo?
Lascia invece che ti segua nell'erba, che ti fiuti come un elefante cieco, che sia il mio avorio ad affondare le tue morbidezze.
Non vedi? L'aurora già scappa il cinghiale, l'acqua s'accorge di noi, ti sfiora, anche lei felice di bagnarti.
Gli uccelli cantano, è giorno di nuovo, la campagna s'abbraccia. Finalmente zuppi ci baciamo.
ottobre 13, 2025
Per un'amica mia un pezzo del mio cuore
Ciao ****mia,
Qui ci son giorni che il sole non scotta neppure stando fuori tanto, e poi la sera quando finalmente chiudi tutti i lavori e ti lavi in mezzo al prato il sole te ne fa ancora un'altra, perché quando ti sembra ormai oltre la collina ecco che ti colora le nuvole di gialli rosa e grigi dando a quel che resta del blu un'intensità senza fine.
E ti asciughi mentre tutto questo ti si deposita nel cuore, mentre l'ultimo raggio gioca a nascondino con la cima alta di un olivo vecchio. E li' nel controluce, scorgi delle olive. Che bello ****mia.
giugno 17, 2025
Dice che piove
So che siete col fiato sospeso sui bucati, quindi vi aggiorno dicendo che il ciel bianchino par cedere di nuovo all’azzurro. Se non fosse per la lucertola che si era infilata nel cassetto della zanzariera finendo poi stupita e zoppicante dentro casa, tutto farebbe pensare ad un normale giorno estivo. Le mosche non hanno nessuna voglia di venir dentro, preferiscono star fuori ad annoiare l’aria, segno sicuro che di pioggia quell’aria proprio non sa.
giugno 13, 2025
Fa caldo
Uscendo qui fuori, sotto il sole alto, puoi sentire l'erba che evapora sbiancando, le foglie che s'arrotolano, i fiori che sacrificano i colori intensi del mattino, le vespe che ronzano come ubriache in cerca d'ombra e persino le pietrine che calpesti, anche loro sono sul punto di frantumarsi. All'ombra sta qualche passero coraggioso, è lì che dice ai suoi amici invisibili dove ha visto dell'acqua. Chi vola si salva.
marzo 07, 2025
It rocks
To me, it was just another rock, one of the countless celestial bodies drifting aimlessly through space. Yet, the way he gazed at it through our ship's front window intrigued me, as if he anticipated something extraordinary.
"Did you see that?" he asked out of nothing.
I hadn't noticed a thing. "See what?"
"It moved."
"What do you mean?" I began to ask when suddenly I saw it too. The rock, spinning through the void and rotating at twice Venus' speed, was doing something unexpected. It was dancing.
"It's like… it’s like dancing," he uttered weakly, his voice tinged with astonishment.
As we adjusted our orbit, our navigation system started to adapt. Suddenly, our entire ship began to move, swaying in harmony with the rock.
The way the rock and our ship moved together seemed to follow a rhythm, reminding me of a human song. However, throughout all the space monitoring operations we've conducted, nothing like this has ever been reported. There was no existing protocol for such a situation.
"Is it safe, buddy? Shouldn't we keep our distance?" I asked, as a vague sense of potential danger crept into my thoughts.
"Honestly, who knows?" he replied. "This isn't supposed to be happening. It's not a known phenomenon. I can't detect any external gravitational force causing this, and if there was one, it would have to be massive enough for us to detect it. Unless..." he trailed off, getting lost in his own thoughts.
Then he continued, speaking slowly and softly, almost in a whisper: "Unless it's a black hole, and we —along with this planet— are spinning at the edge of its event horizon without realizing it."
Suddenly, fear gripped me. I vividly recalled Lieutenant Golosi's warnings to pilots about the subtle forces emitted by black holes, how they defy our ship's sensors, and how effortlessly they consume anything caught in their gravitational pull.
I glanced at the console, hoping for a comforting sign, but instead, I saw numbers descending into chaos. Our speed was increasing, though I felt no acceleration, no tug, no jolt. Just a continuous, smooth motion, like gliding on an invisible current.
"Can we escape?" I asked, already knowing the answer before I spoke.
He didn't answer immediately, his eyes fixed on the rock, now spiraling gracefully like a performer at the peak of a routine.
"If it's a black hole, escape isn't an option," he finally said. "The moment we started moving with this, it was over."
The thought should have terrified me, but instead, I felt something different. Wonder. The ship had stopped resisting. The rock no longer spun erratically. We were perfectly in sync, a duet in the fabric of space-time.
The darkness outside was shifting and stretching. Stars ahead began to distort, their light twisting into iridescent ribbons. The event horizon was near, yet it didn't appear as the menacing void I had imagined. It was a shimmering veil, inviting us.
"This is beautiful," he whispered.
And it truly was. The ship now glided effortlessly, no longer under our control. We were weightless in every sense, surrendering to the inevitable. The light around us folded into infinity, spiraling in harmony with the waltz we had unknowingly joined.
I closed my eyes, and for the first time, felt completely untethered.
Then, the dry plastic snap of a lever. The stars twisted one last time, the great spiral tightening around us toward the darkness below. The waltz collapsed inward with a deafening rush, flushing everything into the roaring vortex, faster and faster, down the narrowing throat beneath.
"Did you see that?" he asked out of nothing.
I hadn't noticed a thing. "See what?"
"It moved."
"What do you mean?" I began to ask when suddenly I saw it too. The rock, spinning through the void and rotating at twice Venus' speed, was doing something unexpected. It was dancing.
"It's like… it’s like dancing," he uttered weakly, his voice tinged with astonishment.
As we adjusted our orbit, our navigation system started to adapt. Suddenly, our entire ship began to move, swaying in harmony with the rock.
The way the rock and our ship moved together seemed to follow a rhythm, reminding me of a human song. However, throughout all the space monitoring operations we've conducted, nothing like this has ever been reported. There was no existing protocol for such a situation.
"Is it safe, buddy? Shouldn't we keep our distance?" I asked, as a vague sense of potential danger crept into my thoughts.
"Honestly, who knows?" he replied. "This isn't supposed to be happening. It's not a known phenomenon. I can't detect any external gravitational force causing this, and if there was one, it would have to be massive enough for us to detect it. Unless..." he trailed off, getting lost in his own thoughts.
Then he continued, speaking slowly and softly, almost in a whisper: "Unless it's a black hole, and we —along with this planet— are spinning at the edge of its event horizon without realizing it."
Suddenly, fear gripped me. I vividly recalled Lieutenant Golosi's warnings to pilots about the subtle forces emitted by black holes, how they defy our ship's sensors, and how effortlessly they consume anything caught in their gravitational pull.
I glanced at the console, hoping for a comforting sign, but instead, I saw numbers descending into chaos. Our speed was increasing, though I felt no acceleration, no tug, no jolt. Just a continuous, smooth motion, like gliding on an invisible current.
"Can we escape?" I asked, already knowing the answer before I spoke.
He didn't answer immediately, his eyes fixed on the rock, now spiraling gracefully like a performer at the peak of a routine.
"If it's a black hole, escape isn't an option," he finally said. "The moment we started moving with this, it was over."
The thought should have terrified me, but instead, I felt something different. Wonder. The ship had stopped resisting. The rock no longer spun erratically. We were perfectly in sync, a duet in the fabric of space-time.
The darkness outside was shifting and stretching. Stars ahead began to distort, their light twisting into iridescent ribbons. The event horizon was near, yet it didn't appear as the menacing void I had imagined. It was a shimmering veil, inviting us.
"This is beautiful," he whispered.
And it truly was. The ship now glided effortlessly, no longer under our control. We were weightless in every sense, surrendering to the inevitable. The light around us folded into infinity, spiraling in harmony with the waltz we had unknowingly joined.
I closed my eyes, and for the first time, felt completely untethered.
Then, the dry plastic snap of a lever. The stars twisted one last time, the great spiral tightening around us toward the darkness below. The waltz collapsed inward with a deafening rush, flushing everything into the roaring vortex, faster and faster, down the narrowing throat beneath.
novembre 20, 2024
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