C'è un libro enorme, saran mille pagine almeno. Galleggia sul lago all'alba. L'oche ci passano accanto ma non sembrano notarlo. Allungo le dita, è un volume grosso davvero, e pesante, forse scritto da una penna a sfera. Come mai non è sul fondo? Da dove arriva?
La copertina e la prima pagina son vuote ma altre no, ci sono parole là sopra. Ma non appena lo sollevo per leggerle, quelle s'allungano, ormai liquide scivolano dal bordo, cadono nell'acqua, van giù, perdute. Subito lo rimetto dov'era, e là le parole rimangono, come filigrana zuppa, affiorata, visibile. Cerco di decifrarle, di voltar pagine senza lacerarle, quale mistero lo rende inaffondabile? Ci sono nomi distorti dalle lettere perdute, luoghi che non so e vicende dolorose, ma le parole s'accavallano e mi confondono, una ad una si mischiano sul libro e nella mia testa nell'istante stesso in cui le leggo come se, non appena letta, ogni lettera si decomponesse, pronta a gettarsi nell'acqua, a tentarmi di seguirla nell'oscurità di sotto.
Muovo da un capitolo all'altro, registro ogni tratto ch'io possa, fisso il senso di una storia folle, crudele, degli atti di un uomo, della donna che lo amava, dei figli che avevano avuto. Maledico me stesso per ogni dettaglio che dimentico nell'istante esatto che scivola oltrebordo a sfarsi tra le onde, e la memoria di quell'uomo si sovrappone alla mia per tutto il tempo di mille pagine, di come una donna si caricò delle colpe del marito e di come i figli loro mai seppero.
Ed è la vera storia dunque, la loro storia scritta nientemeno che da quel padre infame e moribondo, riportata pagina dopo pagina per intero, dritta dentro l'inferno.
L'ultima pagina, però, e proprio quella, s'è sbiancata. Di tutte le parole solo una s'è fatta filigrana: "perdono". Ma ecco che mentre la leggo anche quella si stacca dalla carta e si getta tra le onde, a raggiungere così tutte le altre là dove quei ricordi son finiti, tra le dita dei miei piedi. Eccoli là, per un attimo soltanto, e poi non più, inghiottiti dal limo.
D'un tratto quel volume che fu parole è piombo d'acqua, di pensieri e tutto il resto, si piega su se stesso e s'affonda. Subito mi pungono l'occhi gibigiane d'acqua tra polpastrelli ormai vuoti. Il sole è alto adesso, le oche stan tornando. Il dolore è sepolto. E' ormai un'ora nuova. Vado.