settembre 28, 2020

Un vaso

Avevo forse quindici anni quando madre disse: "Spero di morire presto". Ne parlava con Padre e con Zia, sognando monossidi effluvi di braci. Non fu come le trote al cartoccio scondite, no, non fu una moda di due mesi in cui non si mangiava null'altro. Tre anni dopo stavo da Zia. "Sìsì, lo so che ne parla tanto mia sorella piccolo caro. Ma non ti preoccupare sai. Se decidiamo di fare questa cosa del braciere la facciamo qui da me in campagna sai, mica a casa vostra". Altri tre anni dopo Madre se ne uscì così: "Spero di morire prima che voi (che saremmo io e i miei numerosi fratelli) iniziate ad ammalarvi." Me lo disse in macchina, mentre veniva a fare presenza perché mia sorella era sotto i ferri.
Anni. Alla fine li ho seppelliti quei tre, naturalmente nessun braciere, macché, se ne sono andati come si usa oggi, in un letto di ospedale, alla spicciolata. Zia per prima, uno shock insuperabile per Madre, che ne guardava il cadavere composto, dignitoso e senza la pazzia creativa che aveva colorato tutta quella vita. E diceva: "E ora io che faccio?" E giù a piangere. E' che se la sentiva addosso. Dopo almeno quarantanni di speranze, ecco che la Morte le passava accanto, quel suo viso riflesso sulla falce deve averla depressa.
Ci ha messo altri tre anni per superarla. E poi è schiattata, in un altro ospedale, in un altro letto, per un'altra patologia da vecchi. Mio Padre, buonanima, lo davano tutti per spacciato per prima, tutti Zia e Madre, evidentemente, ed invece aveva resistito. Quelle sue camminate la mattina e il pomeriggio, quel "io esco" perentorio e inevitabile con qualsiasi tempo, quella falcata che sfidava la neve e solo ogni qualche anno lo faceva schiantare a terra, quella sequela di fratture al ginocchio e al polso, neppure una vertebra spezzata lo aveva fermato. Rigido come uno stecco, percorreva le viuzze intorno a casa loro come se dovesse scavarci sopra un sentiero tutto da solo e in realtà mantenendo il cardiocircolo. Madre lo aveva detto. "Se me ne vado via io per prima, beh Papà non durerà molto, sappiatelo". Lui era anche più vecchio.
Quanto si sbagliava. Padre l'ho seppellito solo il mese scorso, le ossa sono ancora calde. Era finito sullo skateboard di un ragazzino, impunemente lasciato vicino al gradino di un portico. Si era fatto un volo di almeno tre metri ed era atterrato di tempia. All'ospedale non sapevano quale pezzo fosse quale pezzo, lo hanno ricucito e in stanza c'era Padre, lo riconoscevo dall'odore, ma non era più lui. Ci ha messo una settimana ad andarsene. Una volta, poco prima dell'ultimo salto, ha detto "Ninetta", che sarebbe Madre, che a lui invece lo chiamava "Mè". Si erano chiamati così per anni prima di diventare lei l'odiata figlia traditrice che sposa un mezzo polacco e lui il figlio più piccolo che si sposa prima del primogenito, prima insomma di perdere la considerazioni di gente algida da cui però dipendevano, prima di rimanere senza una lira, prima che lei rimanesse incinta, prima di iniziarsi a chiamare per nome, nome completo, dopo aver compilato le righe di Moglie e Marito.
Anche i fratelli di lui sono ormai schiattati, anche loro nell'ospedale di ordinanza, entrambi però con patologie originali, quelle che finiscono in pubblicazioni scientifiche a far curriculum di medici che avrò visto, forse, una volta, mentre accompagnavo Padre al capezzale di zii quasi sconosciuti. Si erano ignorati così bene e così a lungo avevano finto di odiarsi che in quel momento, mentre il modello sociale reclamava un incontro, erano tutti presi a dimostrarsi come quell'incontro fosse, appunto, un modello sociale. Dicevo insomma che sono schiattati anche loro. Nel giro di pochi, pochissimi anni, se ne sono andati tutti.
Mi rimangono urne da spolverare e un elenco di fratelli sorelle e sorellastre sparsi per il mondo, più vecchi di me, e certamente anche loro in bilico tra qua e là, come accade a chi sa che qua e là sono luoghi diversi solo per convenzione, perché il tempo appiattisce il qua e lo fa entrare nella fessura di là, come si vede che dopo successi, casini, fatiche, figli, amori, malattie finiamo tutti dentro un'urna il cui peso, si badi bene, non è certo dovuto alle ceneri. Che sono invece leggerissime, capaci di volar via al primo refolo. Sono dunque morti tutti, tutta quella generazione là, quindi i prossimi siamo noi. A noi l'incombenza di riempire le prossime urne.
Hai voglia a farci finire prima insegnanti, vecchi amori o vicini rompicoglioni, c'è il vaso vuoto che ti guarda, che ti chiama, pronto a tener dentro ben chiuso tutto quello che hai pensato, vissuto, goduto, pianto e sofferto, tutto quello che hai creato, distrutto, ucciso o amato. Ben chiuso da sotto la guarnizione del coperchio fino al suo piccolo oscuro pavimento. Per tenerlo là finché qualcuno deciderà di tenerlo là, per poi magari buttarlo, aprirlo, discaricarlo senza motivo, che è poi come averlo, il motivo, visto che anche le buone ragioni diventano cenere col passare del tempo.
Ecco, figliolo, non voglio fare come mia madre. Non voglio dirti che spero di morire presto, perché diciannove o trentanove anni è uguale, se anche capisci ciò che è giusto comunque finisce tutto nel vaso lo stesso. Voglio fare un'altra cosa. Anzi l'ho già fatta. Guarda, figliolo, guarda che bella grossa quest'urna, ma che elegante, è di design sai, l'ho fatta fare da un architetto caro mio. Ecco, te la regalo, così mi ci potrai mettere dentro. Lo sai? Da quel momento mi avrai in mano, magari nella tua biblioteca? O sulla tua scrivania? Da sotto la guarnizione fino al pavimento oscuro di quel vaso avrai in mano tuo padre. Pensa.