La corsa del vagone resuscita di continuo il plug incassato tra le sue chiappe. Vedo che suda, sorride, che vorrebbe contorcersi per cambiare posizione alle pareti intestine di appoggio ma, figlio di una famiglia bene, è addestrato a non far trapelare nulla in pubblico, la felicità è un peccato, la commozione una debolezza, il piacere uno scandalo. Soffre.
Lo radiocomando da qualche sedile più in là titillando l'iconcina della app con un angolo dei suoi occhi addosso. Ogni volta che prendo in mano il cell se la fa sotto, o trema all'idea che proprio questo gli possa accadere se dessi troppa potenza al tappo nel suo deretano. La dipendenza da umiliazione lo ha messo nelle mie mani, ora può solo subirla, uno stato assoluto e irrisolvibile che si consolida con la pratica, proprio quella che sta affrontando ora che il suo culo ha smesso di essere suo, e che in questo passaggio di consegne, da lui a me, si è portato appresso molto più di quanto lui avesse preventivato. In pochi giorni, con pochi gesti, l'ho proiettato nello stato confusionale dell'accelerazione chimica provocata da un lucchetto nelle mutande, che impedisce non solo qualsiasi turgore ma anche qualsiasi soddisfazione. La chiave l'ha data a me e io mi son preso tutto.
Siamo quasi arrivati, ma questi ultimi venti minuti li deve fare in mezzo ad una turba di adolescenti che tornano dalle scuole, che un operaio ciccione come lui neppure lo noterebbero se non avessi alzato al massimo la vibrazione.
Scopro infatti che quel rumore ottuso penetra di quando in quando le frequenze occupate dal fragore delle rotaie. Loro non sanno cosa sia, ma lui sì, serra gli occhi per non rispondere al loro sguardo, sicché attira ancor di più la loro attenzione. Se ne accorge ma è troppo tardi: quei ragazzi attorno a lui, appesi tra i sedili, han smesso di stridere tutti nel medesimo istante, e ora che il treno è fermo studiano la provenienza di quel richiamo, si guardano e poi squadrano la preda grassa e arrossita. È un attimo, le sue maschere cedono sotto le beccate dei loro occhi improvvisamente affilati.
Trafitto, subisce contrito la pochezza manifesta e si appende alle mie pupille in cerca di una via di scampo che metta al sicuro i suoi perimetri ideologici, come se d'un tratto la ricerca sulla sua natura non fosse proprio la forma della sua sottomissione, destino esaltante, epico persino, perché privo di scappatoie. Ora si agita confuso su quel sedile diventato piccolissimo, al punto di credere di poter barattare una ritirata veloce con la sua residua libertà, costi quel che costi, come se fossero i costi un antidoto al suo genere, come se io non fossi qui proprio per impedirgli di battersela davanti a se stesso o aiutarlo a nascondere al mondo la sua schiavitù, come se non fossi proprio io ad aprire le sue natiche e il suo cervello a chiunque voglia guardarci dentro per piacere, curiosità o scherno. E lui, inerme, lì a goderne soffrendo.
E d'un tratto è chiaro a tutti che proprio di questo si tratta, di un giovane manovale con un cazzo finto che gli vibra dentro e che è seduto proprio là, su quel treno e tra di loro, preso a sudar fuori identità precedenti ormai senza valore e, come se non bastasse l'enormità di una tale rivelazione, su quella fragilità che gli scuote le viscere, quell'operaio non ha alcun controllo.
Mentre l'impossibile giunge in superficie e sfama il pubblico prima incredulo e poi pronto ad esplodere, spengo il dispositivo. Lui espira. Mi guarda grato come se non vedesse le risate soffocate a fatica, i volti rubizzi di scolari increduli, la loro insopprimibile necessità di raccontarlo a tutti, per sempre.
Ma siamo quasi arrivati, con il sopracciglio gli dico di alzarsi, che c'è da scendere.
Si alza. E scende.
2o movimento
Non gli era ancora capitato di sedersi sulla tavoletta a svuotarsi mentre un cazzo duro gli veniva infilato in bocca.
La sensazione impossibile di evacuare ed essere riempiti allo stesso tempo, chiudere le palpebre in cerca di concentrazione o magari di ossigeno, la certezza di essere nulla più di un tubo digerente con due ingressi che si aprono o si strizzano l'uno in conseguenza dell'altro, secondo istinti consolidati che saltano dinanzi all'invasore che contrariamente a decenni di utilizzo ora conquista la distanza tra labbra e ugola a colpi di pelvi e si infila poi senza esitazioni ancora oltre, la sua bocca costretta a dilatarsi come mai prima, proprio mentre qualche sfintere più giù il suo intestino rilascia in tazza la privatissima elaborazione del cibo che gli avevo somministrato nelle ultime 48 ore.
Ed è là con la testa schiacciata contro il muro, con il naso affondato nel mio pube, con lo scroto gonfio del suo dominus che gli rimbalza sul mento mentre un glande gli scardina l'esofago, che lui diventa mio in modo definitivo in quanto non più di sé, perché proprio in quel momento, incredulo, dilata gli occhi e mi guarda mentre un orgasmo che non si aspettava monta rapido in luoghi di sé che neppure conosceva ed esplode nel suo piccolo pene in gabbia rilasciando sperma in ogni direzione.
Mi fissa mentre si scuote e trema, mentre le sue gocce raggiungono la tazza e scivolano sui suoi stessi resti, mentre è sorpreso e sfinito, mentre lo penetro senza più ritegno, come una fleshlight qualunque, come se quel pezzo di carne a forma d'umano non fosse altro che quello, scoprendo che proprio di quello si tratta e che allora sfondargli la gola non è che la firma posta in calce ad un attestato di proprietà.
Aspetto a concludere perché sia perfettamente lucido e anorgasmico mentre fatica a respirare e la sua stessa urina gli bagna le cosce, mentre persino adesso non riesce a impedire la violenza che si è tirato addosso ed anzi, finalmente lucido, rimane senza protesta in quello stato di remissiva attesa del mio sperma, e controfirma così l'avvenuto passaggio di proprietà.
3o movimento
Mastica il calzino senza un grugnito, respirando col palato il puzzo che ci ho lasciato dentro. È mio, ora inizia a capire, e mie sono le sue funzioni vitali e i suoi organi di senso, inizia a capire che la pelle non è un confine tra dentro e fuori, perché gli odori che lui sentirà d'ora in poi li sceglierò io.
Per un istante mi inquadra con un ghigno caprino scolpito nelle guance che sorridono senza senso.
Gli dò una sberla, senza preavviso, che lo sgonfia per un attimo, ma non coglie l'ammonimento e d'istinto gliene dò un altra, più forte, più secca, che traccia una impronta su mezzo viso.
Smette di masticare, gli occhi schiacciati sotto palpebre semichiuse. Gli mostro il pugno un attimo prima di scagliarlo sulla sua mandibola. Forte, profondo, ma ancora contenuto. Un avvertimento che non può permettersi di ignorare.
Ha smesso di sorridere la merdina, ha ricominciato a manducare digentemente il cotone pedale del suo padrone e ora più lo guardo più si apre al mio sguardo, allarga le gambe,
(contin