maggio 19, 2016

Sorda e vecchia, la mia vicina ristà

Stac! Stoc! Stac!
Così la trovo a Grotte, sull'uscio della sua casina: una delle mie vicine vecchine, quella sorda, con dolori che l'anni le han rugato in volto, tre colpi alla volta mena d'accetta rugginita un grosso trivio contorto che fu d'olivo.
M'avvicino per cui, a prestarle un braccio e a dirle "son qui", ché l'ulivo è legno tosto e il filo del suo utensile è spesso ormai quanto il mignolo mio, perquindi nell'intanto già mi cerco in testa dov'abbia posato la mia roncola limata di fresco.

"E' pel fòco", mi sussurrano labbrucce invisibili e poi, diretta alla nuvola che affonda nel buio quel pezzo di calle, continua: "è 'na cosa che non ze za, che qui piove e piove e piove". Poi, muta, mi fissa un istante, p'esser certa che nulla nel mentre l'avia detto, o che nulla d'importante avea perduto.
Alché sorrido il doppio e avanzo la mano, come a dirle "gliela presto, per far prima e stancarsi meno", ma un gesto veloce mi ferma e con lo sguardo m'insegna: "son tre scorzate alla volta, lo so, son lente lente e con lunghe pause, lo so, ma cederà l'olivo e pria di pranzo avrea tre tòcchi medi invece d'uno troppo grande".

Sicché d'un passo mi discosto mentre lei cala su quel ceppo un colpo e un altro ancora, poi si ferma e respira e fissandomi apre una dopo l'altra le dita che tengon fermo quel ramo, come un ventaglio, come a dire "baldo giovine, verrà giorno che a tagliarlo servirai più tu dell'accetta mia, ma se ancora ce la fo allora ce la fo". Ma ecco che, insieme, quei rughi addolorati si distendono un istante, svelandomi tutta intera la dolcezza d'un tempo. Così senza parole mi congeda, con'io che spero quel giorno che lei dice sia lontano assai ma che sia uno che sarò qui, a sommare a tòcco a tòcco il fuoco mio al fòco suo, che ricordi per un poco com'era il fòco alto, e caldo caldo, acché la vita le sia più leggera a volarvia.

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