aprile 02, 2015

Affondarci le dita dentro


Le cose.
Le persone.
Potremmo dire. Superfici quando guardi, densità quando tocchi.
La consistenza.
Ecco. Il contatto.
Sentirlo.

“Perché nonno?”
“Perché sei figlia di tuo papà e tuo papà è figlio di mio figlio e tu sei così piccola e io così vecchio, tu inizi e io finisco”.
“Perché?”
“Perché c’è il tempo, bambina”.
“Perché?”
“Vedi quassù, vedi quelle foglie. Si stanno staccando dal ramo, è passato il loro tempo lassù. Tra poco finiranno tra quelle altre sull’erba, vedi? Come queste qui”.
“E poi rimarranno qui”.
“Sì. E piano piano macerano, sai, perdono continuamente piccoli pezzi, non c’è più l’albero a nutrirle, a tenerle insieme. Presto non le riconosceremo più, si confonderanno con l’erba, sai bimba”.
“Perché?”
“Perché tutte le cose che vivono hanno un loro tempo, poi tutte si staccano dal proprio ramo, tutte cadono nell’erba, sai, e poi piano piano si scompongono, la vita non le tiene più insieme”.
“Anche l’erba?”
“Anche l’erba, bambina”.
“Anche le persone?”

La consistenza. E’ il momento del contatto.
La conoscenza, dopo, è l’imitazione mutilata in un ricordo.
La consapevolezza delle cose. E le persone.
Le sfiori con le dita, le afferri, ti ci butti sopra, le esplori, ci sudi sotto, ci lasci dentro quello che hai, lasci che ti impregnino, ti ci innamori.

“Tutto?”
“No bimba. Non tutto”.
“Perché?”
“Perché non tutto sono cose. O persone”.
“Perché?”
“Hai visto che bello qui bimba? Ti piace qui”.
“Sì”
“Cosa ti piace qui?”
“Gli alberi. E il fiume. E i fiori. E le farfalline. E le grandi rocce lisce”.
“Quelle grigie? Perché?”
“Perché sono lisce”.
“Le hai toccate?”
“Oh sì”.

Che bella sarebbe una sepoltura qui.
Scomparire sotto l’argine del fosso, decomporsi a margine.
Una fossa profonda, terra sotto e terra sopra.
Iniziare a scavarla subito e ogni mese aggiungere un pezzo.
Magari passarci qualche ora dentro. Magari qualche notte.

“A che pensi nonno?”
“Niente bimba, guardavo quelle grandi mimose gialle gialle”.
“Andiamo nonno?”
“Andiamo bimba”.

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