marzo 06, 2015

due settimane fa, un pomeriggio

non mi interessa ricominciare. quando ho smesso non ho scelto di farlo. è accaduto. tu non c'eri più. solo uccelli. se siamo soli, loro ed io parliamo, parliamo di tutto. non ti ho sentito parcheggiare perché non mi aspettavo che saresti mai più atterrata qui di nuovo con tutta quella roba che ti porti addosso. il tuo odore ha invaso questa stanza molto prima di te. colpa del vento, qui c'è sempre una brezza che mi si infila nelle narici anche a finestre chiuse. fuori il cane non ha abbaiato, di sicuro ti ha scodinzolato cretino. lui non sa chi sei ma ti riconosce molto meglio di me, infila ricordi bisogni e adrenalina in un guaito e da lì non si muove.

BANG ora c'è la tua bocca qui. labbra viola e sottili che ho smesso di sognare da settimane. che contorci per spettacolarizzare le tue potenzialità a mio uso e consumo, come se non le conoscessi, proprio per me, per darle a me, perché vuoi riversare su di me le tue aspettative, me le strusci addosso, cagna, come se una cagna potesse sfuggire al tempo infarcendolo di morbida umidità, costringermi di nuovo in un collare, come se l'eternità non ci si cucisse da sola sopra i pompini con cui la tua lingua mi scivola nel cervello titillando l'amigdala a colpi di frenulo, come se i ricordi potessero davvero superare il momento, il solito momento, quello che stavo iniziando a dimenticare, il momento in cui me lo tiri fuori senza mani, come se gli istanti che seguono davvero seguissero qualcosa e non se stessi, come se non li dilapidassimo in gettoni di presenza per un sempre ineffabile che non può che essere altrove e quindi non esperibile, e quindi fuori dal tempo e quindi fuori dal ricordo e quindi in sostanza fuori da noi, incapaci di afferrarlo e per questo arenati in un circospetto decadere, salvo poi tentarne la fuga ripetendo quegli stessi gesti, fregati dall'esperienza a ingurgitare gli scarti delle nostre memorie invecchiate, a conoscerli fin troppo bene, a prevederne le trasmissioni neurali, a sapere in anticipo a cosa porterà quel tuo dito che mi scivola sulla schiena, non ricordiamo neppure cosa fosse quel che era, eppure siamo qui a inseguirlo, anzi sei qui, anzi sei venuta tu qui da me, io ho smesso, e mi trascini con te non perché sono io ma perché di me non puoi fare a meno, non ora, perché non tutti gli utensili di cui ti servi hanno il profilo affilato, il minimo da chiedere ad una lama.
ascoltami cagna, sì, bau bau, sei tu che - dopo - mi fai ricadere su questo divano, ti rimetto a fuoco lentamente sollevando la testa, stai lì col mio pallone sgonfio nelle tue mani e uno sguardo di compassione nei tuoi occhi, sazia solo per qualche istante, sorpresa per assurdo che tutto quel che è stato sia stato davvero, o che fosse tutto sì ma in realtà ben poco, visto che i gettoni che mi hai salivato addosso sono finiti ancora una volta nella fessura dell'eternità, o che sia comunque potuto accadere nonostante i gesti fossero sempre quelli, che anche questa volta ci fossimo perduti, o almeno io mi sono perso, senza quindi l'opzione di poter riafferrare a piacimento ciò che avevi avuto per piacere, non potendoti baloccare nemmeno con un ricordo, tanto che la tua felice sazietà ora ti fa persino male.
per questo avevo smesso, cagna, e per questo dovresti smettere anche tu. e invece. il tempo di impastare nuova saliva sul mio pube e già ti infili a forza tra le mie cosce in cerca di sapori che già conosci, a cercare la solita cosa nel solito modo per vedere se è davvero per il solito modo che accade la solita cosa, perché non esci dal loop, sei un'autocrate, una galassia riformata dall'incapacità di amare che gira al contrario e te lo vuoi sentir dire o almeno saperlo, come un dio fichtiano rimasto solo sull'orlo dell'insensatezza, vuoi avvilupparmi per ridurre il tuo tempo di spin, vuoi afferrarmi sull'orizzonte degli eventi, cerchi il mio buco nero e vuoi piazzarlo là in mezzo per avere qualcuno in cui infilare la tua identità. ancora una volta.
ma io, cara, vado contro senso, contro il tuo almeno, la frizione la senti? è leggera appena accennata le tue tette da sole non bastano, siamo due ingranaggi che girano al contrario, o almeno tu giri io invece ho deciso di fermarmi per quanto mi sia dato, presto tutto esploderà e riderai del nulla che avrai provato e lasciato, e che un istante dopo avrai consegnato al tutto senza possederne neanche un pezzo, un brandello qualsiasi, e per questo sei già pronta a pianificare una nuova partenza e domani un ritorno uguale.

BANG il tuo fido mi accoglie felice, lui solo mi accoglie, la tua casa ancora in piedi, quel campo di patate più trascurato del solito, ma ecco il sole che ti profila l'ombra di traverso, allungata sulla polvere spostata a caso dal vento, non ti accorgi di me. sei solo. da qui sembri immutato, immobile. guardo la tua nuca spuntare dal divano per migliaia di attimi, poi il mio profumo inizia a svegliarti, ora le tue spalle si sollevano e si abbassano, mentre mi riconosci almeno respiri, mi studi mentre volteggio attorno ai nuovi cerchi apparsi da quando ti ho lasciato, ce ne sono tanti sparsi sul volto, sulle guance, sotto i tuoi occhi, direi anche dentro BANG mi sfioro la fica per un istante e ti appoggio il dito umido al naso, una rapida silenziosa aspirazione ti tradisce, già sono sui tuoi pantaloni per vedere se l'anima sia ancora tutta in un'asola e c'è, me la trovo sotto la lingua come un tempo, come se davvero l'impermanenza non ti riguardasse.
non fosse per quella mano sulla mia testa, nuovo segnale della debolezza di uomo, quella di sempre, come a dirmi che ci sei quando non ci sei affatto, quando invece ti riversi all'indietro badando bene di chiudere gli occhi e così sparirtene altrove prima che io possa inseguirti, lasciando di te solo brandelli turgidi da afferrare per conto tuo, per colmarti di combustibile e lasciarti bruciare in santa pace, come se bruciare fosse l'unica occasione per esserti vicino o per fingere di esserlo, o almeno l'unico modo per crederci per un istante, che poi è la stessa cosa, e mi odio per non poterti ancora lasciare davvero senza lasciar dietro anche me stessa, mi spingo in mezzo ai tuoi peli come ho sempre fatto come se i tuoi desideri di un tempo non possano che essere quelli di oggi, o perché spero che in fondo lo siano o perché tutto di te fa pensare che nulla sia cambiato dentro di te, ma in realtà perché so che non ti accorgi neppure che sono cambiata, che ognuno dei tuoi anni in più è stato un anno in più anche per me, e l'unico modo che ho per fartelo sapere è inseguirti come se seguire te fosse un modo per crescere quando è in realtà l'esatto contrario BANG esaurito, mi temi più di prima, più di quando hai riconosciuto il mio profumo, ti difendi chiedendomi perché sono tornata, che è come chiedermi quando me ne vado, e quindi già accendo il motore, tutto come allora BANG afferro il succo d'arancia abbandonato sul sedile del passeggero, alla prima curva già smetto di pensarti, un agrume bollente ha lavato via la sola cosa che mi rimaneva di te.

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