febbraio 23, 2013

Ho aspettato tanto

Ciao mia dolcissima, ho raggiunto l'auto arrancando nel fango del sottobosco, inondato dalla pioggia. Ti scrivo da qui, dal bordo della strada, grondante d'acqua. L'asfalto è impregnato di un cadavere di chissà cosa, carne e sangue che non sono sopravvissuti alla notte e che ora s'incastrano nei copertorni di chi passa. Parti di quella roba rotolano fin qui, sotto il mio finestrino, ad ogni passaggio d'auto. Guardo quelle pozze rosé, penso a te. Vorrei mettermi anch'io là in mezzo.
Anzi.
Aspetterò la notte, poi le ruote di un camion ubriaco o quelle di auto lanciate nel buio. Poi tu, solo qualche ora più tardi, ad identificarmi tuo malgrado, pezzi d'uomo raccolti in un sacco di plastica nera nel sottoscala di un qualche ospedale, il resto perduto chissà dove. Ecco, forse vorrai toccare con le tue mani l'angolo del mio fegato o magari un occhio, scampato chissà perché allo spappolamento. Mi toccherai almeno allora, mia dolcissima, mi toccherai almeno un po'? Mi porterai via con te? Potresti spargermi nel tuo giardino.

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