aprile 23, 2012

Pompe funebri

Mi spaventapasseri parecchio con tutto quel verde sulle palpebre, tutto quel giallo sulle gote, tutto quel rosso sulla bocca. Per non parlare del tuo vestito liso, polveroso e soprattutto scolorito dal marrone al senza senso. Posso quindi tentennare perlomeno, capisci cara, e infin gettare la spugna ancor prima di provarci, o farlo anzi imbevuta di petrolio, acché tu possa bruciare con quel che resta del tuo campo, troppo abusato per un recupero, incapace di figliare, casa prediletta di ragni zecche e formiche. Ma sì, se insisti, cara, posso darti alle cure di Madama Magagò, delle sue pozioni e dei suoi aiutanti, perché con uno schiocco di dita, una coda di serpente e un sacrificio diano nuova linfa alla tua terra, che almeno venga voglia poi di coltivarla a qualcuno che abbia ancora semi da piantare. Oppure, adorata, visto il prezzo di simili servizi, la vita cioè di questo o di quello che appartengono al tuo cuore, potresti lasciare al tempo fare il suo lavoro. Posso stare qui con te mentre coli sotto l'acque e t'inzuppi di grandine, e anche mentre il sole ti slaccia l'orrido vestito e anche dopo che i corvi avranno divorato il tuo corpo putrefatto. E allora, quando sarai solo un po' d'ossa in compagnia dei tuoi insetti, solo allora me ne andrò e a tutti coloro che incontrerò parlerò di te, di come ti abbia visto fiorire, di come le api gli amici e chiunque passasse di qui abbia gioito del tuo profumo. Ecco, no, capisco, meglio agire in fretta e non pensarci più. D'accordo, dolcissima, andavo in giro a piedi in campagna per caso proprio con una tanica da venti litri di benzina senza piombo, ecco te la colo tutto intorno e sopra, che s'imbevano bene le tue vesti e quei ciuffi che ancora spuntano dal cranio. Ecco, mia diletta, mi allontano di qualche passo e accendo il mio cerino, questa volta ti vedranno fino a Trantor. Bacino, ciccetta.