novembre 19, 2010

Il giorno del concepimento

C'è stato un momento specifico in cui ho capito che aspettavo un bambino, quasi per caso, nel corso di un pomeriggio passato a sorseggiare té e dispensare verità ad un branco di disperati, gente che viene da me per scroccare porzioni del mio tempo nella speranza che, sottraendole a me, quelle ore possano estendere le loro, cercando consigli per capire quello che non hanno mai compreso, perlopiù senza la minima idea di cosa si tratti né prima né dopo, ma se ne vanno evidentemente soddisfatti: i miei gesti, i miei incensi e le mie bevande sono secondi solo ai pasticcini che offro loro e che prepara la Wanda qui accanto. E' stata lei ad aver avuto l'idea dei pomeriggi letterari con il sottoscritto, eventi nei quali prostituisco piccole parti di me, in particolare il buongusto, in cambio della moneta di chi intende pavoneggiarsi per le proprie Attività Extracurriculari. Non avendo aspirazioni cetacee non ho mai superato quota un biscotto in quei pomeriggi, avevo visto la quantità di burro con cui Wanda si comprava la salvezza, ma quel giorno ne mangiai uno dopo l'altro: ero chiaramente incinto, bisognoso di una maggiore quantità di zuccheri e di proteine, presto mi sarebbe cresciuta la pancia e dopo qualche mese avrei partorito un nuovo volume, un coacervo di perle di saggezza, scoperte personali e irresistibili aneddoti, il tutto confezionato dentro una copertina blu rigida e plastificata e stampato su carta grossa e non solo per trasformare un libercolo di centocinquanta pagine in un grosso tomo da far esporre in vetrina ma anche per ingannare i sensi della mia piccola carboneria letteraria, acquirenti che sarebbero poi venuti a pagamento con la propria copia in mano anelando un mio sputo in primissima pagina, uno schitto di biro nera che avrebbero conservato per gustarsi l'ebrezza di poter vantare una frequentazione così importante con i propri amici.
Il mio stato di gravidanza s'era maturato probabilmente dopo aver raccolto e accettato gli inattesi interessi speleologici di un marinaio in transito, uno di quei tarantini cresciuti col mito della Marina in una città che non ha nient'altro, in cui un lavoro qualsiasi è sufficiente per credersi fortunati, figuriamoci un impiego su quelle grandi navi d'acciaio piene di cannoni, monumenti all'eterosessualità nelle forme ma covo, in realtà, di carni arenate in mare troppo a lungo: quel tipo mentre affondava se stesso dentro quella parte di me a cui avevo deciso di dargli accesso, dalla vita in giù, non poteva certo sapere che dal suo sudore, dal ritmo forsennato con cui si agitava a caccia di un piacere così a lungo mancato, dalle proprie consistenze cresciute in pochi attimi a contatto con la mia pelle, avrebbe acceso una novità dentro di me. Dilagando infine nei miei intestini e accartocciandosi sfinito poco dopo con una dolcezza malinconica attorno ai miei fianchi, aveva contribuito in modo essenziale a dare la forma ai miei successivi nove o diciotto mesi, un travaglio nel quale lui sarebbe entrato non solo perché padre del bambino che presto avrebbe visto la luce, ma anche perché con quella dotazione e abilità avrebbe avuto la possibilità di archiviare le proprie solitudini periodicamente, con una telefonata. Convocato, avrei interrotto ogni attività per porre me stesso al servizio del padre del mio bambino, il cui dna da homo più o meno sapiens si sarebbe spalmato pagina dopo pagina nel libro che avrei realizzato.

Quel pomeriggio, compresa la natura del mio stato di eccitazione e di quella singolare voracità per i prodotti del forno di Wanda, avevo iniziato a dar vita ad una nuova creatura: la prima figlia che non sarebbe stata solo mia perché dovuta anche agli spermatozoi di altri. L'allegra combriccola mi riempiva casa e si deliziava delle mie opinioni controcorrente, perle di saggezza che fluivano nei loro padiglioni auricolari grazie alla mia voce armoniosa, apprezzate perché li sorprendevano, li facevano arrossire: l'idea di Wanda è che il solo starmi vicino una volta alla settimana avrebbe aiutato questo gruppo di borghesotti a darsi un tono da rivoluzionari impegnati nella liberazione della pecora italica dal giogo dei suoi molti padroni. In realtà erano pomeriggi in cui digerivano l'incomprensibile, riportandolo poi all'esterno a pezzi e bocconi nel tentativo di mantenerne l'afflato esotico che solleticava quei pochi sensi che utilizzavano, utili dunque a trasformare in un gagliardetto da soggiorno la spesa a cui li sottoponevo, consapevole che la novità avrebbe sortito il suo effetto solo per un tempo definito e quindi spingendomi a chiedere loro il prezzo più alto possibile per quei pomeriggi. Ridono tipicamente delle battute su tutto ciò che li circonda fino a quando non disegno il loro perimetro, esponendo loro senza freni tutta la fragilità delle proprie impalcature. E quando persino casa loro finisce per cedere sotto le mie bordate non hanno altra scelta se non quella di trasformare l'ammirazione per quei costosi pomeriggi in una critica alla venalità del letterato, ai suoi difetti e alle sue presunte mancanze. In genere durano cinque o sei incontri, tra le dieci e le dodici ore in tutto, e poi lasciano, alcuni tanto arrossiti dentro da rimaner grigi fuori, altri manifestando le proprie inabilità in email pensate per offendermi, come se gente così potesse davvero offendermi, battuti in partenza da tutto quello che sono, tentando di sorprendermi ricorrendo a insulti gratuiti che scavano fino in fondo le proprie povertà, spettro oscuro del proprio immaginario, fantasmi con i quali non solo non hanno mai fatto i conti ma non hanno nemmeno intenzione di farli. Eppure quel pomeriggio dovevo ringraziarli perché erano proprio i loro commentini alle ovvietá che snocciolavo sulla loro esistenza a farmi comprendere l'avvenuto ingravidamento. D'altra parte era ormai quasi primavera, i gerani sul balcone della Wanda davano già il meglio di sé ed io non vedevo l'ora di dare uno sguardo all'ecografia.
(Testo registrato e ora in Copyleft - Paolo D.A. autore, alcuni diritti riservati.
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